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Politica 3 min di lettura14 ott

Ucraina, Meloni sotto pressione: Salvini e Le Pen alzano il tiro

Il fronte sovranista chiede meno aiuti a Kiev, il ritorno all’energia russa e una revisione dei poteri di Bruxelles, mentre la premier difende la linea del governo

L’ipotesi di un’Unione europea sempre più condizionata dai partiti sovranisti resta sullo sfondo del vertice di Bruxelles. Al Palazzo Berlaymont, sede della Commissione, non arrivano reazioni ufficiali alle tensioni emerse nel campo euroscettico, ma le posizioni espresse a Roma e nella capitale belga mostrano un fronte tutt’altro che compatto.


Le crepe nel fronte sovranista

Geert Wilders, leader del Pvv, prende le distanze dalla richiesta di interrompere senza condizioni il sostegno a Kiev. Secondo lui, il problema non è il finanziamento all’Ucraina in sé, bensì la distribuzione degli oneri: a suo giudizio, i Paesi Bassi avrebbero già contribuito troppo e ora toccherebbe all’Italia e agli altri Stati meridionali fare la propria parte.

La posizione conferma che anche tra i partiti riuniti sotto il cappello dei Patrioti europei non esiste una linea unica. Il dissenso riguarda sia la durata dell’appoggio all’Ucraina sia il rapporto con le istituzioni comunitarie, proprio mentre cresce il timore di una nuova spinta sovranista capace di incidere sulle decisioni dell’Unione.


Le Pen rilancia la sfida a Bruxelles

Al vertice di Bruxelles, Marine Le Pen trova invece una forte sintonia con Matteo Salvini sulla necessità di chiudere il conflitto. La leader del Rassemblement National sostiene che Francia e altri Paesi europei non possano continuare a sostenere finanziariamente Kiev e lega questa posizione alle difficoltà dei bilanci nazionali.

Le Pen chiede inoltre di rinviare l’intesa sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione fino allo svolgimento delle elezioni in Spagna, Francia, Italia e Polonia. L’obiettivo dichiarato è ridurre i versamenti degli Stati membri. Nella stessa occasione attacca la Commissione europea, accusandola di aver superato i propri compiti e chiedendo che torni a svolgere una funzione di servizio per le nazioni.


Salvini si smarca da Meloni

Il contrasto più delicato, però, è quello interno al governo italiano. Mentre Giorgia Meloni difende in Parlamento la prosecuzione dell’aiuto a Kiev e respinge l’intesa statunitense sul diesel russo, Matteo Salvini sceglie di non partecipare alle comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo.

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Il leader della Lega vola invece a Bruxelles per l’incontro dei Patrioti e convoca i giornalisti. In quella sede sostiene che l’Italia abbia già destinato risorse consistenti all’Ucraina e che sia arrivato il momento di puntare sui negoziati: «Non potremo andare avanti all’infinito a mandare miliardi in regalo all’Ucraina. È il momento della diplomazia».


Energia russa e pressione interna

Salvini collega la sua posizione anche alla politica energetica. Una volta terminata la guerra, afferma, l’Europa dovrebbe tornare a rifornirsi dai mercati più convenienti, compresi quelli russi, citando Francia, Spagna e Belgio tra i Paesi che continuerebbero già ad acquistare gas e petrolio.

Sulla stessa linea si schiera Roberto Vannacci, secondo il quale gli interessi degli Stati Uniti non coincidono necessariamente con quelli europei. Il generale accusa inoltre l’Unione di pagare l’energia a caro prezzo per il rifiuto di qualsiasi apertura verso la Federazione russa.


La contestazione dei vannacciani

Dopo l’intervento di Meloni alla Camera, i rappresentanti dell’area vicina a Vannacci organizzano una manifestazione davanti a Montecitorio. Edoardo Ziello e Laura Ravetto criticano apertamente l’indirizzo della premier e avvertono che la distanza politica può trasformarsi in un problema per la loro area.

Il risultato è una pressione esercitata su due piani: da una parte il partito di Vannacci, che contesta direttamente la linea sull’Ucraina; dall’altra la Lega, alle prese con la ricerca di consenso e interessata a intercettare la possibile crescita dei Patrioti europei. Meloni arriva così al vertice comunitario con una maggioranza attraversata da posizioni divergenti su guerra, energia, bilancio e rapporti con Bruxelles.

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