Stranieri a scuola, i modelli esteri che evitano i tetti rigidi
Tra classi ponte, corsi intensivi e inserimento diretto, in Europa e altrove la priorità resta quasi sempre la lingua, non le quote percentuali.
In diversi sistemi scolastici occidentali, il passaggio iniziale per gli studenti arrivati da poco è la verifica della conoscenza linguistica. L’idea dominante, infatti, non è fissare percentuali massime di alunni stranieri, ma accompagnare l’ingresso con strumenti temporanei e mirati.
La lingua come primo filtro
Questo è il quadro che emerge guardando a più Paesi: le soluzioni cambiano, però l’obiettivo resta quasi sempre lo stesso, cioè mettere i nuovi arrivati nelle condizioni di seguire le lezioni senza interrompere la normale organizzazione delle classi.
Germania, Francia e Paesi Bassi
In Germania la gestione è affidata ai singoli Länder, ma il metodo più diffuso passa dalle Willkommensklassen, classi speciali create per chi non conosce ancora bene la lingua. Si tratta di una fase provvisoria, pensata per portare gli alunni a un livello minimo prima del rientro nel gruppo ordinario.
La Francia segue una logica simile, anche se con un’organizzazione diversa: l’Unité Pédagogique pour Élèves Allophones Arrivants affianca gli studenti nuovi con un doppio binario. Da una parte frequentano da subito le materie non verbali con il resto della classe, dall’altra dedicano alcune ore settimanali al francese.
Nei Paesi Bassi, invece, i bambini della primaria che non parlano la lingua vengono inseriti in classi ponte con corsi intensivi. La frequenza può essere piena, parziale oppure aggiungersi alla giornata scolastica, a seconda delle esigenze.
Il modello britannico e il caso belga
Nel Regno Unito si punta sulla cosiddetta full immersion. Non sono previste classi di passaggio: gli alunni stranieri entrano immediatamente nelle sezioni ordinarie e vengono seguiti da docenti specializzati presenti in aula.
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Il Belgio presenta una situazione più articolata, perché la disciplina cambia in base alle comunità linguistiche. Nelle Fiandre esistono le taalheldklassen con percorsi intensivi, mentre nella parte francofona gli studenti possono passare dai programmi Daspa, che prevedono francese e materie di base fino a un massimo di 18 mesi, oppure ricevere supporto tramite il dispositivo FLA, senza per forza essere separati dal resto della classe.
La via scandinava
Anche in Svezia la parola chiave resta l’accompagnamento. Chi arriva da poco può ottenere lo status di neo-arrivato per un periodo massimo di quattro anni, e gli studenti che non parlano svedese vengono collocati in förberedelseklass, le classi preparatorie speciali.
Allo stesso tempo, però, non restano isolati: l’inserimento nella classe ordinaria avviene parallelamente, così da mantenere un contatto costante con il percorso scolastico comune.
Il caso italiano e il nodo politico
In questo quadro si inserisce il dibattito italiano. Davanti alla platea di Gioventù nazionale, Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo di un provvedimento che fisserà un limite agli alunni stranieri per classe, mentre Giuseppe Valditara ha chiarito che il parametro sarà solo linguistico e che il decreto non dovrebbe spezzare gli istituti in gruppi separati.
La misura, però, continua a dividere. Il confronto nasce proprio dal raffronto con gli altri Paesi occidentali, dove la gestione dell’inclusione scolastica si concentra di norma sulla conoscenza della lingua e su percorsi di transizione, più che su quote rigide.
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