Sicurezza, Tajani alza il tiro: magistrati nel mirino e rivolta dei penalisti
Il vicepremier chiede una risposta più severa agli arresti per flagranza, mentre magistrati e avvocati denunciano parole rischiose per le garanzie costituzionali.
Il confronto sulla sicurezza sfocia in uno scontro politico-istituzionale. Antonio Tajani riconosce il problema del sovraffollamento carcerario, ma attribuisce una parte delle difficoltà alle decisioni dei giudici che, dopo gli arresti in flagranza, rimetterebbero rapidamente in libertà numerosi indagati.
Tajani chiede una linea più severa
Il vicepremier ha richiamato il dato delle carceri occupate al 160%, una situazione che mette sotto pressione il sistema penitenziario e solleva questioni legate al rispetto delle norme e dei diritti fondamentali. La sua premessa, tuttavia, non si è trasformata in una difesa delle scarcerazioni successive agli arresti.
Tajani ha contestato quello che considera un atteggiamento eccessivamente indulgente da parte della magistratura. Nel suo ragionamento rientra anche l'appello: «Basta scarcerazioni-lampo, colpirne uno per educarne cento», formula utilizzata per sostenere la necessità di una funzione deterrente della pena.
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La reazione di magistrati e penalisti
Le parole del vicepremier hanno provocato una reazione molto dura nel mondo della giustizia. L'Associazione nazionale magistrati ha interpretato l'attacco ai giudici come un rischio per lo Stato di diritto, respingendo l'idea che la risposta alla criminalità possa passare da una pressione politica sulle decisioni giudiziarie.
Anche le Camere penali hanno definito pericoloso il tono del messaggio. Il confronto resta così aperto su due piani: da una parte la richiesta di maggiore severità contro chi viene arrestato in flagranza, dall'altra la tutela dell'indipendenza della magistratura e delle garanzie previste dall'ordinamento.
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