Serbia, la protesta degli studenti arriva al nodo politico
Dalle violenze seguite al crollo di Novi Sad è nato un fronte studentesco che ora entra in campagna elettorale, ma tra unità anti-Vučić e differenze interne il percorso resta fragile.
La pressione del potere serbo non passa solo per le piazze: secondo i militanti, il controllo del sistema giudiziario e della macchina pubblica rende ancora più difficile ogni opposizione. Relja Jarkovački sostiene che ottenere un impiego, per molti cittadini, significa spesso cercare appoggi nel partito dominante, mentre il governo continua a trattare con interlocutori europei come se il quadro fosse stabile.
Un fronte unito ma pieno di fratture
Questa spinta elettorale è arrivata quando il Movimento studentesco ha capito che procura e apparati non avrebbero dato risposte sul crollo della pensilina di Novi Sad. Da lì è maturata la scelta di puntare sul voto, pur restando dentro una lista civica nazionale e non in un partito studentesco vero e proprio. Il sistema serbo, infatti, consente formazioni create apposta per una singola tornata elettorale.
Da Novi Sad alla lista anti-Vučić
Il caso di Novi Sad resta il punto di partenza di tutta la vicenda. Il primo novembre 2024 la tettoia della stazione è crollata e sedici persone hanno perso la vita; ancora oggi, nell’area dell’ingresso ferroviario, si vedono i segni di quel disastro e i cavi d’acciaio strappati che avrebbero dovuto sostenerla. Kosta Golubović ricorda che, in quella fase, il movimento era ancora solo civico e gli studenti non erano stati coinvolti in modo formale.
A suo dire, nelle prime settimane l’opposizione parlamentare provò a indirizzare la mobilitazione, mentre i partecipanti diminuivano e crescevano sfiducia e stanchezza. Poi, racconta Golubović, la risposta del potere si fece brutale: uomini vicini al governo avrebbero aggredito i dimostranti con gli ombrelli e, in alcuni casi, li avrebbero persino investiti con l’auto.
La repressione che ha allargato la protesta
Per il Movimento studentesco, quella reazione ha finito per rafforzare il fronte anti-Vučić. Golubović descrive un repertorio di abusi che, dice, accompagna la Serbia da oltre dieci anni: pestaggi senza motivo, arresti improvvisi, telefoni sequestrati e rivenduti, minacce ai parenti e uso dei lacrimogeni. Lo stesso attivista riferisce di essere stato attaccato in televisione da esponenti del governo quando aveva vent’anni.
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Tra gli episodi che cita c’è anche quello avvenuto a Belgrado: un capitano di polizia, poi promosso dopo i fatti, avrebbe strattonato una studentessa in un edificio istituzionale, premendole la testa contro il muro e minacciandola di violenza sessuale. Dopo il sequestro del telefono, immagini esplicite della ragazza sarebbero finite sul tabloid filogovernativo e trasmesse in diretta; in seguito si è scoperto che aveva diciassette anni.
Il rischio di un progetto senza direzione
Se la battaglia contro Vučić ha dato al movimento una forza nuova, resta però aperto il problema del suo profilo politico. Nella stessa area convivono posizioni molto diverse, dalla destra alla sinistra, dagli europeisti agli euroscettici, e per ora l’unità si regge soprattutto sul rifiuto del presidente. Jarkovački spiega che il collante non nasce da una scelta ideologica ma dalla convinzione che senza un cambiamento la Serbia rischi di perdere la propria continuità come paese.
Dentro questo quadro va letta anche l’inclusione delle rivendicazioni sul Kosovo nel manifesto studentesco, che i militanti presentano come un richiamo alla legittimità costituzionale del movimento. Per ora, insomma, il movimento è riuscito a trasformare l’indignazione in una candidatura nazionale; molto meno chiaro è ciò che potrebbe diventare dopo il voto del 25 ottobre.
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