Rosatellum e Melonellum, il nodo che può cambiare le regole del voto
Tra ricorsi, possibile sospensione cautelare e interventi della Consulta, la legge elettorale resta appesa a più procedimenti paralleli.
Il ricorso europeo promosso da Mario Staderini contro il Rosatellum non ha ancora prodotto una sentenza, mentre la Commissione di Venezia ha già invitato a non modificare gli elementi essenziali delle leggi elettorali nell’anno che precede le elezioni. Sullo sfondo, il confronto sulle regole del voto italiano resta dunque aperto e intreccia procedimenti nazionali e internazionali.
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Il nodo delle firme arriva in Cassazione
Un passaggio ravvicinato è fissato per il 29 ottobre, quando la Corte di cassazione esaminerà l’iniziativa di alcuni elettori siciliani assistiti dagli avvocati Enzo Palumbo e Andrea Pruiti Ciarello. Tra i temi sottoposti ai giudici figura la diversa disciplina sulle firme necessarie per presentare le liste: esenzione per le forze già rappresentate in Parlamento e obblighi più gravosi per quelle prive di rappresentanza.
La stessa contestazione riguarda anche il Melonellum. Secondo Lara Trucco, docente ordinaria di Diritto costituzionale all’Università di Genova, qualora emergesse un indirizzo istituzionale sulla questione delle sottoscrizioni, la Cassazione potrebbe già investire la Corte costituzionale con riferimento al Rosatellum, aprendo la strada a conseguenze anche sulla normativa più recente.
Ricorsi diversi, obiettivi diversi
Il 26 ottobre sono attesi circa 30 ricorsi contro il Melonellum, destinati alle Corti d’appello e costruiti per raggiungere successivamente la Consulta. Le contestazioni riguarderebbero, tra gli altri aspetti, il premio di maggioranza, l’indicazione del candidato alla guida del governo, la parità tra uomini e donne, la difficoltà per l’elettore di comprendere quale parlamentare venga scelto e il meccanismo del premio nazionale per il Senato, eletto su base regionale.
Nel mirino ci sarebbe anche il numero elevato di firme richiesto alle forze politiche non presenti nelle Camere. La scelta di affidarsi al giudizio incidentale, invece di puntare subito sul conflitto tra poteri dello Stato, potrebbe indicare l’intenzione di colpire singoli punti della legge. “Dai ricorsi potrebbe derivare un sublimato del proporzionale. Potrebbe essere un escamotage”, ha osservato Trucco.
La via cautelare resta sul tavolo
La riforma delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, approvata il 12 marzo 2026, ha introdotto nel capitolo sui conflitti tra poteri una forma inedita di tutela provvisoria. In presenza di un danno grave e non rimediabile, il soggetto che ritenga compromesse le proprie competenze costituzionali può chiedere di bloccare temporaneamente l’atto contestato, in attesa della pronuncia definitiva.
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Questa possibilità potrebbe essere utilizzata anche contro la legge elettorale. Sono abilitati a promuovere il conflitto il Parlamento, il Governo, il Presidente della Repubblica, la stessa Corte costituzionale e i singoli magistrati; inoltre, l’ordinanza numero 17 del 2019 ha riconosciuto un’autonoma iniziativa ai deputati e ai senatori dell’opposizione quando ritengano gravemente compromesse le loro prerogative.
Fiducia e tempi sotto esame
La questione, secondo la costituzionalista, potrebbe riguardare il ricorso al voto di fiducia, che impedisce di presentare emendamenti, e la compressione dei tempi parlamentari, compreso il lavoro nelle Commissioni. Per le leggi elettorali, l’ultimo comma dell’articolo 72 della Costituzione impone infatti il procedimento ordinario in Assemblea: si tratta della cosiddetta riserva di Assemblea, la cui eventuale violazione potrebbe fondare la richiesta cautelare.
“Se il suo potere è stato manifestamente leso”, ha spiegato Trucco riferendosi al parlamentare, il conflitto potrebbe essere attivato anche dopo la presentazione dei ricorsi. In caso di accoglimento, la Consulta potrebbe riconoscere l’interferenza illegittima nelle prerogative parlamentari e far venir meno l’intera legge; in questa ipotesi, ha aggiunto la docente, tornerebbe eventualmente in vigore il Rosatellum.
Resta però un’incognita sui tempi. Se si arrivasse a elezioni anticipate, la Corte costituzionale potrebbe non riuscire a pronunciarsi prima del voto. La partita, quindi, non riguarda soltanto quale disciplina sopravvivrà ai ricorsi, ma anche quale quadro normativo sarà ancora in vigore quando gli elettori saranno chiamati alle urne.
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