Pensioni di guerra, il nodo dei 300 euro: proposta di aumento del 10%
Trentunomila persone attendono un adeguamento dei trattamenti, fermi da anni, mentre i promotori sostengono che le risorse siano già disponibili a bilancio.
Per molti dei 31.000 pensionati di guerra l’assegno annuale resta sotto livelli minimi: il 75% riceve meno di 7.000 euro, mentre la metà non supera i 4.000 euro, cioè circa 300 euro al mese. Da qui nasce la richiesta trasversale di aumentare del 10% i trattamenti, senza attendere oltre per una platea composta in larga parte da persone anziane e con problemi di salute.
La proposta, presentata alla Camera, è sostenuta da esponenti della maggioranza e dell’opposizione. Secondo i promotori, l’intervento potrebbe essere finanziato utilizzando somme già previste nel bilancio, superiori alle uscite effettivamente necessarie per le pensioni di guerra.
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Assegni bassi e potere d’acquisto eroso
Le prestazioni riguardano mutilati e feriti provocati da ordigni rimasti sul territorio dopo la Seconda guerra mondiale, oltre a orfani e vedove. In numerosi casi le vittime erano ancora bambine o bambini quando avvennero le esplosioni; altre persone furono colpite da residuati bellici anche molti anni dopo la fine del conflitto.
Nel corso della conferenza è stato evidenziato che gli importi non sono stati aggiornati in modo adeguato all’inflazione negli ultimi decenni. Giorgio Lovecchio, esponente di Forza Italia, ha ricordato che «una persona che ha perso una gamba percepisce meno di 700 euro al mese», definendo il 10% un primo intervento per recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perduto.
La richiesta supera gli schieramenti
L’iniziativa dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra punta a un incremento uguale per tutti gli aventi diritto. Lovecchio ha inoltre sottolineato l’assenza, nell’attuale sistema, di un riconoscimento specifico del danno biologico e ha sostenuto che il calo progressivo del numero dei beneficiari renderebbe possibile una redistribuzione delle risorse.
Andrea De Maria, deputato del Partito Democratico, ha definito l’adeguamento un obbligo dello Stato e ha chiesto tempi rapidi, considerando l’età avanzata della platea interessata. Anche Vito De Palma, di Forza Italia, ha parlato dell’avvio di un percorso parlamentare da portare a compimento, eventualmente attraverso modifiche migliorative al testo.
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Il nodo delle coperture economiche
Michele Vigne, presidente dell’Associazione nazionale vittime civili di guerra, ha ribadito che l’aumento non richiederebbe nuovi stanziamenti: «Le nostre richieste non comportano oneri aggiuntivi per lo Stato». La questione, ha spiegato, avrebbe soprattutto un valore simbolico e rappresenterebbe un segnale verso categorie rimaste a lungo ai margini.
I relatori hanno indicato che per l’anno in corso la previsione di bilancio supera di decine di milioni la spesa che dovrebbe essere sostenuta. La proposta consiste quindi nel mantenere alle pensioni di guerra l’intera somma già destinata, invece di trasferirne una parte verso altri capitoli.
L’ipotesi di un incremento maggiore
Claudio Betti, alla guida della Confederazione italiana fra le Associazioni combattentistiche e partigiane, ha denunciato una lunga assenza di interventi: gli aumenti, secondo quanto riferito, non vengono rivisti dal 1991. L’obiettivo indicato è ottenere una risposta concreta per mutilati e familiari delle vittime.
Giuseppe Di Giannantonio, presidente dell’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra, considera il 10% una prima tutela per persone anziane e spesso fragili, ma auspica che il Parlamento possa arrivare al 20%. La riduzione naturale degli aventi diritto, ha sostenuto, permetterebbe di sostenere anche un adeguamento più ampio.
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