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Politica 2 min di lettura1 ora fa

Pensioni di guerra, il 10% può arrivare senza nuovi costi

La proposta sostenuta da maggioranza e opposizione riguarda 31mila persone, molte delle quali ricevono meno di 7mila euro l’anno.

Per tre pensionati di guerra su quattro l’assegno annuo non raggiunge i 7.000 euro; nella metà dei casi resta addirittura sotto i 4.000 euro, cioè circa 300 euro al mese. Da qui nasce la richiesta di un incremento del 10%, avanzata dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra e sostenuta trasversalmente in Parlamento.

Il punto centrale emerso alla Camera è che l’aumento potrebbe essere finanziato con risorse già previste nel bilancio. Lo stanziamento attuale, infatti, supererebbe di decine di milioni la spesa effettiva stimata per l’anno in corso.

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Il nodo degli assegni troppo bassi

I beneficiari sono circa 31.000 tra mutilati, feriti da ordigni risalenti alla guerra e familiari delle vittime, compresi orfani e vedove. Molti di loro erano bambini quando si verificarono le esplosioni, mentre altri sono rimasti feriti da residuati bellici detonati anche a distanza di anni dalla fine del conflitto.

Secondo quanto emerso durante la conferenza dedicata alla proposta di adeguamento, gli importi non sono stati aggiornati in modo sufficiente rispetto all’inflazione negli ultimi decenni. Giorgio Lovecchio, di Forza Italia, ha ricordato che chi ha perso una gamba può ricevere meno di 700 euro al mese e ha definito il 10% un primo intervento per recuperare parte del potere d’acquisto perduto.


Una spesa già coperta dal bilancio

I promotori sostengono che non sarebbe necessario chiedere ulteriori fondi allo Stato. La somma già destinata alle pensioni di guerra, spiegano, potrebbe essere mantenuta per questo scopo invece di essere trasferita ad altri capitoli di spesa, anche considerando la progressiva diminuzione degli aventi diritto.

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Michele Vigne, presidente dell’Associazione nazionale vittime civili di guerra, ha sintetizzato così la posizione dell’organizzazione: «Le nostre richieste non comportano oneri aggiuntivi per lo Stato». A suo giudizio, il significato dell’incremento sarebbe soprattutto simbolico, oltre che economico, perché rappresenterebbe un riconoscimento concreto per una categoria anziana e spesso in condizioni di salute fragili.


Pressioni bipartisan sul Parlamento

La proposta è stata presentata alla Camera nell’ambito della conferenza intitolata “Un riconoscimento che non può aspettare”. Andrea De Maria, del Partito Democratico, ha parlato di un dovere morale dello Stato e ha sollecitato una risposta rapida, proprio perché i beneficiari sono in età avanzata.

Claudio Betti, presidente nazionale della Confederazione italiana fra le Associazioni combattentistiche e partigiane, ha sottolineato che gli adeguamenti mancano dal 1991. Giuseppe Di Giannantonio, alla guida dell’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra, considera il 10% un primo intervento e auspica che si possa arrivare al 20%.

Vito De Palma, anch’egli di Forza Italia, ha assicurato che il percorso legislativo sarà portato avanti anche attraverso eventuali modifiche migliorative. L’obiettivo condiviso dai promotori è intervenire prima che l’età e le condizioni di salute dei beneficiari rendano ancora più urgente una decisione definitiva.

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