Nucleare, via libera definitivo: cosa cambia davvero per l’Italia
Il Senato approva la delega sul ritorno dell’atomo: il governo prepara i decreti, punta sugli Smr e immagina le prime centrali tra il 2033 e il 2034.
Le prime centrali potrebbero entrare in funzione in Italia tra il 2033 e il 2034, almeno secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Intanto il governo ha scelto la strada dei piccoli reattori modulari, mentre la maggioranza esulta e una parte dell’opposizione parla di operazione politica.
Il fronte del sì e quello del no
Per la premier Giorgia Meloni, il nucleare è una risposta utile a famiglie e imprese: più autonomia, minore esposizione alle tensioni internazionali, energia stabile e a basse emissioni, oltre a una copertura della domanda destinata a crescere con data center e intelligenza artificiale. La presidente del Consiglio ha definito la scelta «una scelta coraggiosa e di buon senso».
Di segno opposto le reazioni di Avs e delle associazioni ambientaliste. Angelo Bonelli ha sostenuto che il governo stia usando gli Smr come «uno strumento di distrazione» e ha accusato l’esecutivo di aver rallentato le rinnovabili. Sergio Costa, del Movimento 5 stelle, ha bollato il progetto come «Un prodotto da campagna elettorale».
La delega al governo e i tempi
Con il voto del Senato è arrivato il sì definitivo al disegno di legge delega promosso da Pichetto sul nucleare sostenibile. La nuova norma affida all’esecutivo il compito di scrivere i decreti attuativi e di fissare le regole per costruzione, esercizio degli impianti, gestione delle scorie, controlli e produzione di idrogeno tramite energia atomica.
Pichetto ha spiegato che il lavoro sui testi è già iniziato e ha assicurato che i decreti saranno pronti entro fine anno. Nel suo quadro, il ritorno dell’atomo in Italia potrebbe tradursi in una presenza concreta degli impianti solo nella seconda metà del decennio, con l’avvio indicato tra il 2033 e il 2034.
Gli Smr al centro del progetto
L’impianto immaginato dal governo non è quello delle grandi centrali tradizionali già viste in altri Paesi, ma quello degli Small modular reactor. Si tratta di reattori compatti, assemblati in fabbrica e poi installati sul posto in più unità, con l’obiettivo di ridurre costi e aumentare il livello di sicurezza.
Le versioni più avanzate, secondo quanto spiegato nel dibattito sul provvedimento, sarebbero anche in grado di utilizzare parte delle scorie prodotte dagli impianti precedenti e di funzionare con raffreddamento a piombo liquido. In caso di problemi, il sistema si arresterebbe senza esplodere. Resta però il fatto che questa tecnologia è ancora sperimentale e che i produttori indicano l’ingresso sul mercato nella prima metà degli anni Trenta.
Un ritorno dopo quasi quarant’anni
La scelta arriva a quasi 40 anni dalla chiusura delle centrali decisa con il referendum del 1987. Con questa legge, l’Italia torna ad avere un quadro normativo dedicato all’atomo, con l’obiettivo dichiarato di disciplinare costruzione e gestione degli impianti.
Adolfo Urso ha salutato l’approvazione come un passaggio utile all’autonomia strategica del Paese e a un mix energetico più competitivo e sostenibile. Nel frattempo, la maggioranza ha applaudito compatta, mentre Azione di Carlo Calenda ha votato a favore del provvedimento.
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