Nucleare, il sì politico non basta: i conti restano il vero banco di prova
Il via libera del Parlamento riapre il dossier, ma tra costi, tempi, scorie e garanzie pubbliche la convenienza del nucleare è ancora tutta da dimostrare.
La partita più delicata non riguarda la bandiera politica, ma il conto finale: chi pagherà eventuali ritardi, extracosti e garanzie necessarie per far partire gli impianti? È qui che il ritorno al nucleare deve ancora dimostrare di stare in piedi, prima ancora che sul piano ideologico.
Dove finiscono i rischi economici
La domanda è cruciale perché un investitore privato, da solo, difficilmente accetterebbe di esporsi senza tutele su tempi di costruzione e ricavi futuri. Se il meccanismo prevede contratti di lungo periodo o coperture pubbliche, allora il rischio si sposta inevitabilmente verso lo Stato, e quindi verso contribuenti e utenti finali.
Per questo la vera discussione non è solo se il nucleare si possa fare, ma con quali garanzie. Senza una risposta limpida, il possibile vantaggio tecnologico rischia di trasformarsi in un impegno finanziario poco leggibile.
L’apertura politica e ciò che non decide
Il Parlamento ha comunque scelto di riaprire la strada: il Senato ha dato il via libera definitivo con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni, dopo l’ok della Camera arrivato il 4 giugno. Ma la legge non ordina la costruzione di nuove centrali: assegna al governo un anno per definire regole su tecnologie, autorizzazioni, sicurezza, aree ospitanti e gestione delle scorie.
In altre parole, la decisione politica è stata presa, non quella industriale. Il passaggio successivo dovrà chiarire se il nucleare sia davvero realizzabile in tempi accettabili e con un impatto sostenibile sui conti pubblici e sulle bollette.
Il vantaggio: meno gas quando sole e vento
Il fronte favorevole punta soprattutto sulla complementarità con le rinnovabili. Fotovoltaico ed eolico restano centrali per tagliare le emissioni, ma la loro produzione oscilla; una fonte programmabile può intervenire quando il vento si ferma o il sole non basta.
Per un Paese esposto alle oscillazioni dei mercati energetici, diversificare le fonti ha una logica precisa. C’è anche un altro aspetto, meno politico e più strategico: mantenere in Italia competenze scientifiche e industriali nel settore eviterebbe di lasciare ad altri la definizione delle tecnologie del futuro.
Non è autosufficienza energetica
Questa prospettiva, però, non va scambiata per indipendenza totale. L’uranio, i servizi collegati al combustibile e le piattaforme tecnologiche fanno parte di catene internazionali, quindi il ricorso all’atomo può ridurre la dipendenza dal gas ma non azzerare quella dall’estero.
Il punto, semmai, è un altro: una maggiore varietà di approvvigionamenti può rendere il sistema meno fragile. Ma parlare di autosufficienza sarebbe forzare la realtà dei fatti.
Tempi lunghi e cantieri difficili
L’ostacolo più pesante arriva dal capitolo economico. Un reattore progettato oggi non produce effetti sulle bollette di domani, e i precedenti dei grandi impianti costruiti nelle economie avanzate mostrano quasi sempre ritardi e rincari consistenti.
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A Hinkley Point C, nel Regno Unito, il costo stimato è passato da 18 a oltre 35 miliardi di sterline, mentre l’avvio è slittato dal 2025 al 2029-2030. Negli Stati Uniti, l’impianto di Vogtle è entrato in esercizio nel 2024 con sette anni di ritardo e un prezzo finale vicino a 36,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto alla previsione iniziale.
Gli SMR non hanno ancora convinto
Il discorso sui piccoli reattori modulari, gli SMR, resta aperto. La produzione in serie potrebbe migliorare i conti, ma per ora la promessa non è stata verificata su scala commerciale e la convenienza va ancora dimostrata.
Anche su questo fronte i segnali non sono confortanti: alcuni progetti già avviati in Cina e in Argentina hanno registrato aumenti di costo compresi tra il 300 e il 700 per cento rispetto alle stime iniziali. L’AIE colloca intorno al 2030 i primi sviluppi commerciali e lega la competitività futura a condizioni industriali e finanziarie che restano tutte da verificare.
Deposito e scorie, il nodo rinviato
Resta poi il capitolo più scomodo: il territorio. L’Italia non dispone ancora del deposito nazionale necessario persino per i rifiuti radioattivi già presenti, e secondo le ultime stime del governo quell’infrastruttura non sarà pronta prima del 2039-2041.
Ripartire con un nuovo programma senza avere sciolto il nodo dei siti, delle scorie e dello smantellamento significherebbe spostare ancora in avanti la parte più complessa della scelta. In parallelo servirà un organismo di controllo forte e autonomo, perché la sicurezza non può dipendere dalla velocità con cui si vuole inaugurare un impianto.
Il confronto vero è tra sistemi
Il giudizio non può ridursi al prezzo di un reattore contrapposto a quello di un pannello solare. Bisogna mettere a confronto sistemi completi: quanta energia servirà, come verrà garantita nelle ore senza produzione, quanto costeranno reti, accumuli e interconnessioni, e quale combinazione permetterà di tagliare più rapidamente il gas.
Dentro questa valutazione vanno inclusi anche i costi pubblici e i tempi effettivi di realizzazione. Solo così si può capire se il nucleare aggiunge valore oppure no.
La politica energetica che manca
La legge, oggi, apre una possibilità ma non consegna una risposta. Tocca al governo dimostrare con numeri verificabili che il nucleare può essere finanziato senza trasferire rischi eccessivi sulla collettività, costruito nei tempi promessi e integrato con le fonti rinnovabili.
In più c’è un segnale che complica il quadro. Mentre l’esecutivo rilancia l’atomo come opzione strategica, ha ridotto da 78,3 a 38,3 milioni i fondi per i porti di Taranto e Augusta, destinati a diventare poli dell’eolico offshore, per coprire il taglio delle accise sui carburanti. Il ministro Pichetto Fratin ha assicurato che quelle risorse torneranno con la prossima legge di bilancio, ma la gerarchia delle priorità resta evidente: sacrificare oggi un investimento di lungo periodo per uno sconto immediato sui combustibili fossili, rinviando la correzione a domani.
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