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Politica 3 min di lettura40 min fa

Lega al bivio: Salvini sfida Garavaglia e annuncia la linea sull’Ucraina

A Milano 706 delegati scelgono il segretario del partito, mentre il vicepremier lega la sua riconferma a una nuova posizione sugli aiuti a Kiev.

Il congresso della Lega arriva al momento decisivo tra tensioni interne, richieste di trasparenza e un messaggio politico destinato a pesare anche nel governo. A Milano, i 706 delegati chiamati al voto devono scegliere tra Matteo Salvini e Massimo Garavaglia: le urne resteranno aperte fino alle 13.40 e il vincitore guiderà il partito per i prossimi quattro anni, fino al 2030.

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Il voto parte tra dubbi e ritardi

L’apertura della seconda giornata è slittata di quasi un’ora per alcuni problemi tecnici al centro congressi Allianz MiCo. Lorenzo Fontana, presidente dell’assemblea, ha ironizzato sull’accaduto davanti ai delegati: «L’intelligenza artificiale evidentemente tanto intelligente ancora non è, abbiamo margini per sopravvivere».

Nel frattempo, dall’area vicina a Garavaglia sono arrivate richieste di garanzie sul regolare svolgimento della votazione. Secondo i suoi sostenitori, sarebbero state diffuse indicazioni per rendere riconoscibili, su base regionale, le schede favorevoli a Salvini, anche attraverso modalità diverse di scrittura del nome. Il voto è stato formalmente avviato da Fontana.


Salvini lega la conferma all’Ucraina

Nel suo intervento, Salvini ha indicato quale sarebbe la prima posizione da portare in Consiglio dei ministri in caso di riconferma alla guida della Lega. Rivolgendosi alla platea, ha detto: «Non possiamo continuare a mandare soldi all’Ucraina», chiedendo poi ai delegati di manifestare con la mano se ritenessero di conferirgli questo mandato.

Il vicepremier ha anche presentato il simbolo che intende proporre: la parola “Lega” in evidenza, l’Alberto da Giussano al centro e, nella parte inferiore, la dicitura “Italia federale”. La novità principale riguarda l’assenza del suo nome dal logo, pensato, secondo Salvini, per unire la storia del movimento alla sua prospettiva futura.


Garavaglia punta sulla crescita

Garavaglia ha spiegato la candidatura con la necessità di cambiare ritmo dopo un risultato elettorale dell’8,8% e una fase nella quale il partito non sarebbe riuscito ad aumentare i consensi. «Dobbiamo svegliarci», ha affermato, sostenendo che i sondaggi possano indicare la direzione da seguire ma non sostituire il lavoro sul territorio.

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Il senatore ha inoltre escluso regolamenti di conti nel caso di una vittoria: «Non ci sarà nessuna rappresaglia, nessuna punizione, nessuna lista nera: siamo una famiglia». Salvini, dal canto suo, ha ringraziato lo sfidante per aver reso possibile il confronto congressuale e ha ribadito il legame personale con la Lega, definita la sua famiglia da 36 anni.


Giorgetti chiede una squadra diversa

Prima dei due candidati ha parlato Giancarlo Giorgetti, che ha riconosciuto le difficoltà del partito e la necessità di recuperare consenso. Il ministro ha messo a confronto i risultati delle diverse zone: in alcune realtà l’8% può essere accolto con soddisfazione, mentre in territori abituati a percentuali vicine al 50% un risultato del 20% alimenta interrogativi e malcontento.

La sua indicazione è stata netta: nella squadra dirigente dovrebbero trovare spazio le persone capaci di dimostrare, sul campo, di saper ottenere voti. Giorgetti ha così richiamato il tema della selezione dei futuri responsabili, mentre Salvini ha citato tra i “fuoriclasse” da valorizzare Zaia, Durigon e lo stesso Giorgetti.


Il confronto sul governo Draghi

Nel corso del discorso, Salvini ha riconosciuto come un errore l’ingresso nel governo Draghi sostenuto anche dal Partito democratico. «Mai più, mai più, mai più», ha scandito, assumendosi la responsabilità di quella scelta.

Un passaggio del suo intervento ha riguardato anche il rapporto con gli imprenditori del Nord e il consenso elettorale. Replicando a Garavaglia, che aveva riferito di apprezzamenti raccolti nelle aziende per Giorgetti, Salvini ha osservato che in passato molti imprenditori chiedevano alla Lega di entrare nell’esecutivo Draghi, salvo poi votare forze rimaste fuori da quel governo. Per il segretario, gli attestati di stima non bastano se non si traducono in voti capaci di sostenere il partito nella difesa delle fabbriche dall’Unione europea.

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