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Politica 3 min di lettura4 giorni fa

La telefonata decisiva di Berlusconi: perché Albertini accettò Milano

L’ex sindaco ricostruisce il corteggiamento politico del leader di Forza Italia e svela una singolare storia familiare legata alla città.

Fu un appello personale, più che una proposta politica, a spingere Gabriele Albertini verso Palazzo Marino. Silvio Berlusconi gli descrisse Milano come una città in difficoltà, paragonandola a una persona ferita che non si può lasciare senza soccorso: «Lei ha un’agenda piena, ma se trova un uomo agonizzante non può tirare dritto. Si ferma, perché non può ignorare un essere umano che soffre».

Albertini, che all’epoca non pensava di poter vincere, alla fine cedette: «Presidente, lei è un gigante e io sono un Albertini qualsiasi, e lei mi sta implorando di candidarmi a fare il sindaco di Milano». La risposta arrivò prima ancora che concludesse il ragionamento: Berlusconi gli riconobbe umiltà e capacità manageriali, prevedendo per lui un mandato di successo.


L’azienda-Milano secondo Berlusconi

La candidatura nacque dopo una serie di rifiuti. Nel 1997 Berlusconi aveva individuato nell’allora presidente di Federmeccanica l’imprenditore da mettere in campo contro il candidato della sinistra, anch’egli proveniente dal mondo economico. Per arrivare ad Albertini si affidò a Cesare Romiti e Fedele Confalonieri, che lo conoscevano e parlarono di lui al leader politico.

Albertini cercò di sottrarsi all’incarico anche con un fax, spiegando di sentirsi poco adatto alla politica e di essere soprattutto un uomo abituato a occuparsi concretamente delle cose. Durante una successiva telefonata, però, Berlusconi trasformò proprio quell’esperienza nel punto di forza della candidatura: a suo giudizio, il Comune funzionava come una grande azienda di servizi e aveva bisogno di una guida capace di amministrare con mentalità imprenditoriale.


Il sindaco che Berlusconi avrebbe voluto

Nel ricordo affidato ad Adnkronos per i 90 anni che Berlusconi avrebbe compiuto, Albertini racconta anche di aver avanzato lui stesso una proposta sorprendente. Dopo aver respinto per quattro volte l’invito a candidarsi a Milano, durante una conversazione suggerì a Berlusconi di assumere personalmente l’incarico.

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Albertini sostiene che l’ex premier avrebbe avuto le qualità per svolgerlo molto bene. Anche Indro Montanelli, secondo il suo ricordo, considerava Berlusconi particolarmente adatto a un ruolo amministrativo: ne apprezzava la personalità, la concretezza e la capacità di realizzare e gestire progetti. Berlusconi, tuttavia, non accolse l’idea: voleva restare parlamentare e puntava a rientrare alla guida del governo.


Una casa univa le due famiglie

Il rapporto tra Berlusconi e Milano aveva per Albertini anche una dimensione privata. Per lungo tempo la famiglia dell’imprenditore visse in un appartamento di viale Zara, all’interno di un palazzo fatto costruire dal nonno della futura moglie di Albertini, Peppino Vismara. Quando i due si conobbero, notarono proprio questa coincidenza: quella casa era stata la prima abitazione di proprietà dei Berlusconi.

Nel condominio, aggiunge Albertini, i punti di riferimento erano suo suocero e Luigi Berlusconi, padre di Silvio. Paolo Berlusconi, invece, aveva mostrato interesse per Giovanna, allora ancora adolescente, alla quale impartiva lezioni di matematica; la vicenda, precisa Albertini, non ebbe seguito, anche se all’epoca sembrava possibile un avvicinamento.

Nella stessa abitazione si svolse inoltre un episodio ricordato come particolarmente significativo. Una domenica il cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano e futuro Paolo VI, fu ospite della famiglia Vismara e dalla terrazza impartì una benedizione alla città. In quel periodo, osserva Albertini, i Berlusconi potrebbero essere vissuti ancora nello stabile.

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