La politica parla in codice: la domanda che ribalta tutto
Luigi Di Gregorio analizza gli errori del linguaggio pubblico, dai piani per la difesa al fisco, e indica il modo per rendere le decisioni comprensibili ai cittadini.
La politica può approvare misure importanti e, allo stesso tempo, fallire nel farle percepire a chi dovrebbe beneficiarne. Secondo Luigi Di Gregorio, docente di Comunicazione pubblica all’Università della Tuscia, il problema nasce spesso dalle parole: tecniche, astratte o capaci di evocare un significato diverso da quello desiderato. Il suo nuovo libro, La battaglia cognitiva, in uscita per Rubbettino, parte proprio da questo cortocircuito.
Quando il nome cambia il messaggio
Il caso più evidente riguarda il piano europeo per la difesa presentato da Ursula von der Leyen nel marzo 2025. La formula iniziale, “ReArm Europe”, puntava sulla chiarezza ma ha finito per richiamare un’idea di riarmo giudicata politicamente scomoda. Nel giro di poche settimane la Commissione ha preferito “Readiness 2030”, espressione tradotta come prontezza 2030. Paula Pinho, portavoce dell’istituzione, ha spiegato che il termine “rearm” poteva creare sensibilità in alcuni Paesi e complicare la comunicazione delle misure.
Di Gregorio considera il cambio tardivo: “ReArm Eu era sbagliato”, ha osservato, sottolineando che nel frattempo il primo nome era già entrato nella discussione pubblica, mentre il secondo non aveva ancora trovato spazio. A suo avviso, la difesa andrebbe raccontata partendo da ciò che riguarda concretamente le persone: la protezione delle reti, dei trasporti, del 118, dei conti correnti e dei servizi digitali. Accanto alla sicurezza, il messaggio dovrebbe mostrare anche le ricadute industriali e tecnologiche degli investimenti, dalla robotica ai sistemi informatici.
Dal linguaggio tecnico alla vita reale
La stessa distanza emerge quando si parla di economia. Espressioni come “cuneo fiscale”, “cuneo contributivo” e “fringe benefit” sono familiari agli addetti ai lavori, ma rischiano di restare oscure in televisione. Di Gregorio collega il fenomeno alla cosiddetta “maledizione della conoscenza”: chi frequenta ogni giorno ministeri, uffici tecnici e istituzioni finisce per dimenticare quanto quel vocabolario sia lontano dall’esperienza comune.
La soluzione, secondo il docente e spin doctor, consiste nel sostituire la definizione con l’effetto concreto. “Il cuneo fiscale quando vai in tv deve diventare: ti ho messo 100 euro in più in busta paga. Fine”, ha detto. Un esempio simile, ricordato nell’intervista, è quello degli 80 euro associati al governo Renzi: l’importo compariva direttamente nel cedolino e poteva essere riconosciuto senza ricorrere a formule economiche complesse.
Anche i numeri macroeconomici possono produrre equivoci. Un incremento della pressione fiscale, a parità di Pil, può dipendere da un maggior gettito legato al recupero dell’evasione e non necessariamente da un aumento delle aliquote applicate a chi già pagava. Per questo, osserva Di Gregorio, è necessario distinguere tra il rapporto complessivo tra entrate e prodotto interno lordo, la singola aliquota e quanto effettivamente versa ciascun contribuente.
Il cittadino cerca una conseguenza
Secondo Di Gregorio, la comunicazione istituzionale tende a fermarsi alla rendicontazione: fondi stanziati, opere approvate, risorse investite. Il pubblico, però, cerca soprattutto la risposta a un’altra domanda: quale cambiamento produce tutto questo nella mia vita? “Il messaggio non arriva se non lo trasformi in ‘come ti ho cambiato la vita’”, ha spiegato.
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Tra gli esempi citati c’è l’abolizione del bollo auto, una misura immediatamente verificabile dai proprietari di un’automobile. Non richiede di comprendere indicatori o procedure: spinge semplicemente a controllare i kilowatt della vettura familiare. Il rischio opposto è che un esecutivo accumuli interventi e non riesca a trasformarli in consapevolezza, lasciando spazio alla convinzione che non sia stato fatto nulla. Gli stakeholder conoscono i provvedimenti, ma il consenso si forma soprattutto fuori dai circuiti specialistici.
La difficoltà riguarda perfino i nomi delle strutture pubbliche. Di Gregorio cita le “case della comunità”, presidi territoriali della sanità che, secondo sondaggi realizzati nell’ambito della sua attività di consulenza, quasi sette cittadini su dieci collegherebbero spontaneamente al Comune, ai centri sociali o ad altri servizi locali. La precedente definizione, “case della salute”, risultava invece più esplicita.
Lo stesso problema vale per gli acronimi, dal Pnrr a Pac e Fesr, e per termini come “filiera”. Parole abituali per chi lavora nelle amministrazioni o nella politica economica possono diventare una barriera per gli altri. In molti casi, sostiene il professore, basterebbe dire “aziende” invece di affidarsi a un’espressione che non viene spiegata.
Le parole orientano anche il conflitto
Non sempre la scelta lessicale è un errore involontario. Nei temi più divisivi, il termine utilizzato può già contenere un giudizio e guidare l’interpretazione del pubblico. “Utero in affitto” e “gestazione per altri”, oppure “inceneritore” e “termovalorizzatore”, indicano realtà materiali simili ma attivano immagini e reazioni differenti.
È il meccanismo del frame, cioè la cornice attraverso cui un tema viene osservato. Nel caso di “ReArm”, Di Gregorio ritiene che la parola abbia prodotto una rappresentazione opposta a quella cercata dalle istituzioni europee. La partita comunicativa, dunque, comincia prima dell’elenco delle norme o delle cifre: si gioca nel modo in cui quei contenuti vengono nominati e collegati all’esperienza quotidiana.
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