Karabakh, il premio che fa discutere: perché Baku si sente cancellata
Il riconoscimento assegnato a Nikol Pashinyan in Assia riapre il dibattito sul processo di pace: nel racconto ufficiale, l’Azerbaigian sembra sparire nonostante il percorso sia stato condiviso.
La pace nel Caucaso meridionale non è nata da un solo tavolo, eppure il riconoscimento consegnato a Wiesbaden a Nikol Pashinyan ha sollevato una polemica precisa: dove finisce il ruolo dell’Azerbaigian nel percorso che ha portato alla svolta sul Karabakh? Il Premio per la pace dell’Assia, infatti, ha celebrato il primo ministro armeno per i suoi sforzi nella stabilizzazione della regione, ma senza restituire fino in fondo il carattere bilaterale del processo.
Una pace costruita in due
Il conflitto sul Karabakh ha attraversato anni di stallo, fino a una serie di passaggi che hanno cambiato il quadro. Dopo la seconda guerra del Karabakh, nel 2020, Baku ha ripreso il controllo di una parte del territorio azero riconosciuto a livello internazionale; tre anni più tardi ha ristabilito l’autorità su tutto il Karabakh. Poi, nell’estate del 2025, i leader di Azerbaigian e Armenia hanno firmato una dichiarazione congiunta mediata dagli Stati Uniti, ponendo le basi per una chiusura definitiva della disputa.
Per questo, il messaggio arrivato dall’Assia appare sbilanciato: il processo viene attribuito quasi interamente a Pashinyan, mentre la componente azera resta sullo sfondo. È un’impostazione che stona con altri premi internazionali recenti, nei quali la distensione tra Baku e Yerevan è stata letta come un risultato comune.
Tra questi ci sono il Premio Zayed per la Fratellanza, assegnato a febbraio ad Aliyev e Pashinyan, e il Premio Gernika per la Pace e la Riconciliazione, arrivato ad aprile. In quei casi, la riconciliazione è stata presentata come un esito condiviso, non come il merito di una sola leadership.
Il premio e il nodo delle riforme armene
Gli organizzatori tedeschi, invece, hanno insistito su un altro profilo: quello delle riforme in Armenia. Nelle motivazioni si parla di un “processo continuo di riforme democratiche” e di “sforzi continui” del premier per rafforzare le istituzioni. È una lettura che però si scontra con il quadro interno descritto negli ultimi mesi da osservatori e autorità giudiziarie.
Secondo la Procura generale armena, tra il 7 febbraio e il 7 giugno sono stati aperti 210 fascicoli penali collegati alle elezioni e sono stati avviati procedimenti contro 349 persone. Il Comitato anticorruzione ha inoltre segnalato 194 fermati nelle ultime settimane della campagna, con 84 persone in carcere o agli arresti domiciliari per accuse di compravendita di voti, contestazioni respinte dall’opposizione.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
La missione dell’OSCE ha espresso una lettura critica della situazione. Farah Karimi, coordinatrice speciale e responsabile della missione di osservazione a breve termine, ha osservato: “La concentrazione di arresti e procedimenti penali contro figure dell’opposizione ha contribuito alla percezione di una giustizia selettiva”.
Le tensioni interne che pesano sul quadro
Le frizioni non si limitano ai dati generali. Alla vigilia delle parlamentari, le autorità armene hanno aperto procedimenti contro sei candidati del blocco Armenia Forte, principale rivale del partito di Pashinyan; almeno quattro sono poi finiti in stato di arresto. Nonostante ciò, la coalizione ha chiuso al secondo posto con il 23% dei voti.
In seguito è toccato a Gagik Tsarukyan, leader di Armenia Prospera: un tribunale ha disposto per lui due mesi di custodia cautelare con accuse di frode e riciclaggio. Più di recente, gli agenti della sicurezza hanno prelevato dalla sua abitazione, su una barella, l’ex ministro delle Finanze Gagik Khachatryan, 71 anni e gravemente malato; i legali hanno parlato di una patologia alla colonna vertebrale, ma anche in questo caso il giudice ha ordinato due mesi di custodia cautelare.
Il punto, in sostanza, è politico prima ancora che simbolico: il conflitto sul Karabakh è stato chiuso da una combinazione di passi compiuti da entrambe le parti, e non da un solo governo. Per questo, ridurre l’intesa a una vittoria esclusivamente armena rischia di oscurare il peso della trattativa condivisa e di alterare la narrazione di una pace costruita con fatica da Baku e Yerevan.
Continua a leggere
Renzi sfida il campo largo: il veto a Italia Viva può costare caro
Il leader di Italia Viva rivendica un ruolo decisivo per i riformisti, attacca il governo e avverte il centrodestra sul peso elettorale di Vannacci
Centrosinistra, il nodo del doppio candidato agita il Pd: cosa succede ora
Tra primarie, alleanze e programma, la maggioranza dem frena sull’ipotesi di una sfida interna a Elly Schlein mentre si avvicina l’assemblea di ottobre.
Schlein al cinema con Conte: «Naza» riunisce il centrosinistra su Gaza
La segretaria del Pd ha partecipato alla proiezione romana promossa da M5s e Avs, dedicata al film premiato a Venezia sulla guerra nella Striscia.
Roscioli tiene Reggio, Vannacci sfonda: il verdetto delle suppletive
Il candidato del centrodestra vince con il 51,02%, mentre FnV supera il 10% e il centrosinistra segnala il peso dell’astensione.