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Politica 4 min di lettura3 giorni fa

Hormuz bloccato e petrolio in salita: la trappola di Trump

La pressione militare ed economica non ha piegato Teheran, mentre il traffico nello stretto resta lontanissimo dai livelli precedenti alla guerra.

Un attacco statunitense pensato per ostacolare le operazioni iraniane contro le navi ha colpito una festa di matrimonio e provocato almeno cinque vittime. L'episodio viene presentato come un errore, al pari del bombardamento contro una scuola elementare avvenuto all'inizio del conflitto, ma aggiunge un nuovo elemento al bilancio di una guerra che Washington non riesce a chiudere.

Le forze iraniane conservano infatti la possibilità di colpire i mercantili e di collocare mine nelle acque dello Stretto di Hormuz. Per questo, nonostante Donald Trump sostenga che il passaggio sia sicuro e inviti le imbarcazioni a utilizzarlo, molte navi continuano a tenersi lontane dalla rotta.


Hormuz resta il punto debole

Il monitoraggio indipendente del traffico marittimo segnala meno di dieci transiti quotidiani nello stretto. Trump parla invece di 30 navi accompagnate ogni giorno dalla Marina americana; una parte dei mercantili potrebbe spegnere i transponder per non rendersi visibile, ma anche la versione della Casa Bianca confermerebbe una riduzione enorme rispetto alle circa 120 navi che passavano prima della guerra.

Oggi gli Stati Uniti devono impiegare risorse militari rilevanti per sostenere un volume di traffico pari a circa un quarto di quello precedente. Le difficoltà sono aumentate dopo i danni provocati dal fuoco iraniano ai porti utilizzati dalle forze navali americane nell'area. Nel frattempo, il Golfo Persico è diventato una zona contesa per il transito di petrolio, gas, fertilizzanti, elio e altre merci.

La crisi ha avuto conseguenze anche lungo le rotte alternative. Gli Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno preso posizioni lungo un corridoio commerciale importante e sconfitto le forze appoggiate dall'Arabia Saudita nello Yemen. Riyad ha inoltre fermato un oleodotto strategico dopo un attacco con droni attribuito a una milizia irachena vicina a Teheran, perdendo una delle principali vie per portare il petrolio al Mar Rosso dopo la chiusura di Hormuz.


La pressione economica non basta

La Casa Bianca ha ribattezzato la nuova offensiva finanziaria «D-Day economico», richiamando la retorica della «resa incondizionata» usata da Trump all'inizio del conflitto. L'amministrazione pretende che gli altri governi interrompano i rapporti con le banche iraniane e chiudano le loro filiali, minacciando sanzioni americane contro chi non si adegua.

La risposta internazionale, però, è stata limitata. La Cina, principale partner commerciale dell'Iran, ha respinto ufficialmente la campagna di pressione; la Russia sta ampliando gli scambi con Teheran e l'India non ha introdotto nuove sanzioni. Neppure Pakistan e Oman hanno reciso i legami, anche perché entrambi partecipano ai negoziati sullo stretto. Gli Emirati Arabi Uniti sono l'unico Paese ad avere ridotto in modo concreto le transazioni finanziarie con l'Iran, mentre nel corso della guerra hanno subito attacchi aerei iraniani.

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Il ricorso alle sanzioni non rappresenta una novità: Washington le applica al regime iraniano dal 1979, senza averne modificato stabilmente la condotta. L'eccezione è stata il JCPOA del 2015, concluso durante la presidenza Obama: Teheran accettò di tagliare di circa il 98 per cento le riserve di uranio arricchito e di sottoporsi per dieci anni a verifiche rigorose in cambio della cancellazione di alcune misure punitive legate al nucleare.


Una guerra senza uscita chiara

Nel primo mandato, Trump abbandonò il JCPOA e ripristinò le sanzioni, promettendo che la politica della «massima pressione» avrebbe prodotto un'intesa più vantaggiosa. Il risultato fu opposto: l'Iran aumentò l'arricchimento dell'uranio e il confronto arrivò alla guerra. Ora Washington ripropone una strategia ancora più dura, ma i bombardamenti e la scarsa credibilità del presidente rendono Teheran meno incline a trattare.

L'Iran è sottoposto a forti difficoltà economiche: i ricavi petroliferi si sono ridotti e il costo degli alimenti è cresciuto rapidamente. Tuttavia, il governo non ha finora ceduto e non sembra vicino a un collasso rapido. Le sanzioni possono aggravare la vita della popolazione e spingere il regime a destinare più risorse al controllo delle proteste, ma non interrompono una guerra che non dipende da una produzione industriale continua su larga scala.

Trump non ha costruito una coalizione prima di avviare il conflitto e non avrebbe informato adeguatamente gli alleati. Dopo aver imposto loro dazi e averli minacciati più volte, chiede ora di sacrificare le proprie economie per colpire quella iraniana. La disponibilità degli altri Paesi a seguire questa linea è rimasta modesta.

Sono trascorsi oltre sei mesi dall'inizio della guerra e quasi tre dalla firma di un accordo che avrebbe dovuto ristabilire la navigazione. Stati Uniti e Iran continuano invece a contendersi Hormuz, mentre il costo del petrolio torna a salire e benzina e diesel raggiungono livelli record. La pressione militare, le sanzioni e le minacce non hanno restituito la libertà di navigazione: hanno soltanto reso più costosa e rischiosa una crisi che la Casa Bianca non riesce né a risolvere né a riconoscere apertamente.

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