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Politica 2 min di lettura5 giorni fa

Fossili avanti tutta: il decreto che allunga la dipendenza italiana

Il governo spinge su petrolio e gas parlando di semplificazione, ma il risultato atteso è più continuità con il vecchio modello energetico e nessun vero sollievo per bollette e clima.

La spinta del governo su petrolio e gas arriva nel momento in cui il paese avrebbe bisogno di accelerare nella direzione opposta. Dopo un’estate record per il caldo, l’esecutivo sceglie invece di stringere sui combustibili fossili e di presentare la mossa come un passo verso la sicurezza energetica.

Nel testo critico che accompagna questa scelta, il punto centrale è un altro: la misura non promette una riduzione sostanziale della dipendenza dall’estero e rischia di favorire soprattutto le compagnie del settore. Il tutto mentre la crisi climatica continua a peggiorare.


La promessa di sicurezza convince poco

L’argomento della sicurezza energetica, secondo questa ricostruzione, non regge fino in fondo. Più produzione nazionale di idrocarburi non significa automaticamente meno vulnerabilità, perché le risorse disponibili in Italia restano limitate e non possono cambiare da sole l’andamento dei prezzi internazionali.

Anche sul fronte delle bollette, l’effetto sarebbe modesto. Lo Stato agirebbe comunque dentro le regole del mercato, senza offrire una protezione reale ai consumatori. Il vantaggio, in questo scenario, finirebbe per spostarsi verso gli operatori fossili più che verso le famiglie.


Autorizzazioni più rapide, conflitto più forte

Il decreto interviene soprattutto sui tempi delle procedure. Prospezione, ricerca e coltivazione dovrebbero passare più velocemente, con le Regioni chiamate a pronunciarsi entro 45 giorni e con la possibilità di ulteriori passaggi, fino all’arrivo del commissario ad acta o del potere sostitutivo se l’iter si blocca.

Per i critici, questo non è un esempio di semplificazione ma di decisione calata dall’alto. La contestazione riguarda anche il merito: l’Italia, sostengono, non può trasformarsi in un nuovo polo estrattivo capace di garantire indipendenza energetica, perché la base di partenza è troppo debole.

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La vera distanza tra slogan e realtà

Nel testo vengono richiamati anche i profili climatici e costituzionali della scelta. La rotta fossile viene descritta come incompatibile con gli impegni europei e internazionali sul clima, oltre che in tensione con i principi dell’articolo 9 e dell’articolo 41 della Costituzione.

A questo si aggiunge la critica politica. La linea indicata da Giorgia Meloni viene presentata come un mix di patriottismo energetico, difesa dell’interesse nazionale e rilancio della produzione interna di petrolio e gas. In risposta, il testo osserva che tanto il nucleare quanto i fossili non offrono una soluzione pronta: il primo richiede tempi lunghi, i secondi aggravano subito il problema climatico.


Transizione rimandata, effetti già visibili

La proposta alternativa è netta: puntare su rinnovabili, accumuli, reti più flessibili, efficienza ed elettrificazione. Eppure, dopo l’ondata di caldo estremo, non si vede un’accelerazione coerente in quella direzione.

Nel frattempo, la crisi climatica viene collegata a effetti già misurabili: più caldo, più stress per i lavoratori, incendi e siccità sempre meno eccezionali. Da qui l’idea che continuare a investire su gas e petrolio significhi allontanarsi dalla soluzione e rinviare ancora la transizione necessaria.

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