Diesel, il rischio export Usa: Eni mette un argine al caro-pompa
L’azienda fissa un limite temporaneo ai prezzi mentre diminuiscono gli aiuti fiscali e cresce l’incertezza sull’offerta internazionale di carburanti raffinati.
Il possibile stop alle esportazioni statunitensi di diesel potrebbe trasformare l’attuale rincaro in una vera emergenza europea. Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, avverte: «Se veramente il presidente Donald Trump ha intenzione di bloccare l’export di diesel dagli Usa potremmo assistere a una crisi energetica dell’Europa che penso non si sia mai vista negli ultimi 30 anni».
L’allarme arriva dagli Stati Uniti
Nelle ultime settimane Donald Trump ha espresso più volte preoccupazione per la crescita del prezzo del gasolio. Secondo quanto riportato da Politico, ma successivamente smentito dalla Casa Bianca, il presidente americano potrebbe valutare una sospensione delle vendite oltreconfine per 90 giorni, in vista delle elezioni di Midterm.
A Bruxelles l’ipotesi è stata accolta con preoccupazione. Marsiglia ritiene che una simile decisione potrebbe provocare contemporaneamente una carenza di prodotto e un nuovo balzo dei listini: «Potremmo avere problemi di prodotto e di prezzo, considerando una previsione di oltre 120/140 dollari a barile per il greggio di riferimento europeo». Anche alcune banche d’affari, aggiunge il presidente di Federpetroli, hanno prospettato quotazioni superiori ai normali movimenti di mercato, con ricadute sugli investimenti nel comparto Oil & Gas.
Eni prova a frenare il rincaro
In questo scenario Eni ha scelto di introdurre un limite temporaneo alla vendita dei carburanti. Dal 28 settembre e per 30 giorni, il diesel non dovrebbe superare 2,19 euro al litro, mentre per la benzina il valore massimo indicato è di 1,99 euro.
L’azienda lascia aperta la possibilità di prolungare la misura fino alla fine dell’anno, valutando l’evoluzione dei mercati e la disponibilità delle forniture. Eni presenta l’intervento come un «contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela».
Lo sconto fiscale si dimezza
La decisione arriva alla vigilia della riduzione dell’agevolazione su accise e Iva per il gasolio, prevista dal decreto del 16 settembre varato dal governo Meloni. Il beneficio, già portato a 12,2 centesimi al litro Iva inclusa, scenderà a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre.
L’Unione nazionale consumatori aveva stimato che, senza l’intervento di Eni, il prezzo medio del diesel sarebbe potuto salire a 2,399 euro al litro sulla rete ordinaria e a 2,482 euro in autostrada. Qualora dopo il 5 ottobre il peso delle imposte aumentasse ancora, anche il tetto annunciato dall’azienda verrebbe adeguato verso l’alto.
Quanto costano oggi benzina e diesel
Le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit, aggiornate a venerdì, fotografano una situazione già pesante. Per il gasolio self service la media è di 2,338 euro al litro sulla viabilità ordinaria e di 2,421 euro nei distributori autostradali.
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La benzina registra invece valori medi pari a 2,154 euro al litro sulla rete stradale e 2,247 euro in autostrada. Il contributo di Eni, quindi, si inserisce in una fase in cui il differenziale rispetto ai prezzi fissati dall’azienda è particolarmente rilevante.
Raffinerie sotto osservazione
La tensione non dipende soltanto dalle quotazioni del greggio. Le crisi geopolitiche hanno ridotto la disponibilità di prodotti raffinati e l’Europa ha perso quasi 30 raffinerie negli ultimi 15 anni, aumentando la propria dipendenza dalle importazioni.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha sottratto al mercato parte degli impianti del Golfo, mentre gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno inciso sui volumi prodotti. In Italia Eni lavora ogni anno circa 13-14 milioni di tonnellate di carburanti, equivalenti al 20-22% della domanda nazionale, negli stabilimenti di Sannazzaro de’ Burgondi, Taranto e Milazzo; una quota analoga riguarda la sua presenza nella distribuzione.
Il governo convoca i produttori
Per esaminare eventuali margini di aumento della produzione, i ministeri delle Imprese e della Sicurezza energetica hanno convocato per giovedì 8 ottobre le principali società di raffinazione presenti in Italia: Sonatrach, Socar-Ip, Iplom, Kpi, Alma Petroli, Ludoil/Isab, Eni, Saras e Innovhub.
Secondo l’Unem, gli impianti italiani stanno lavorando attualmente intorno al 77% della capacità. Sono dieci le raffinerie operative, affiancate dalle bioraffinerie di Marghera e Gela e da quella di Livorno, in fase di conversione. Nel 2025 la produzione nazionale di raffinati ha raggiunto 63,7 milioni di tonnellate, oltre il fabbisogno interno, ma una parte consistente viene esportata.
Un precedente risale al 2012
L’iniziativa ricorda la campagna “Riparti con Eni”, realizzata nell’estate 2012 dopo la crisi finanziaria e il crollo dei consumi. Allora il gruppo applicò riduzioni di circa 20 centesimi al litro durante i fine settimana.
Confimprenditori aveva recentemente proposto di riprendere quel modello, sostenendo che la precedente iniziativa commerciale di Eni aveva innescato una competizione tra operatori e spinto i prezzi sotto la soglia psicologica dell’epoca. Sullo sfondo resta anche il confronto sugli extraprofitti energetici: la Lega, insieme a Giancarlo Giorgetti, ha sostenuto più volte l’ipotesi di una tassa, ma il ministro ha indicato la necessità di un coordinamento europeo. Per ora il governo ha scelto di chiedere soltanto un anticipo ridotto sulla tassazione dei dividendi distribuiti.
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