Deficit e Pil, la tesi sul “complotto” Istat non regge ai numeri
L’ipotesi rilanciata da Arianna Meloni viene smentita da revisione dei conti, scadenze europee e calcoli sul disavanzo: il problema, secondo i dati, non nasce dall’Istat.
I conti italiani restano sopra la soglia europea per una ragione diversa da quella indicata da Arianna Meloni: a pesare sono 2,5 miliardi di spese aggiuntive emerse solo tre giorni fa. In questo quadro, il mancato rientro dalla procedura non dipende da un presunto errore dell’Istat, ma da cifre che il governo non aveva ancora considerato.
Dove cade l’ipotesi del complotto
La ricostruzione che lega il giudizio sul Pil a una manovra dell’Istat non convince già sul piano temporale. L’aumento del prodotto interno lordo del 2023, infatti, è arrivato da una revisione di benchmark che in tutta Europa viene effettuata ogni cinque anni.
L’ultimo aggiornamento ha riguardato il 2024 e ha portato a riscrivere da zero le serie storiche partendo dal 2021. Il passaggio successivo, inoltre, non è previsto per il 2027 ma per il 2029.
Anche l’effetto ipotizzato non basterebbe a cambiare il quadro complessivo. Se davvero il Pil fosse stato rivisto al rialzo di 53 miliardi, l’Italia resterebbe comunque sotto la soglia del 3 per cento del rapporto debito/Pil.
Il deficit resta il vero nodo
La contestazione si sposta poi sull’indebitamento. Arianna Meloni sostiene che il dato diffuso dall’Istat lasci il Paese fuori dalla procedura per appena lo 0,08 per cento, pari a circa 680 milioni, e aggiunge che 650 milioni recuperati dalle frodi del Superbonus non risultano ancora registrati dall’Agenzia delle entrate.
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Ma anche accogliendo l’ipotesi di una sottrazione di quei 680 milioni, il risultato non cambierebbe abbastanza. Il disavanzo scenderebbe da 69.736 a 69.086 milioni e, rapportato a un Pil di 2.265.003 milioni, si fermerebbe al 3,0501 per cento.
I numeri che chiudono la porta
Le regole Ue indicano che il deficit deve stare “al di sotto ( below) del valore di riferimento del 3 per cento del pil”. Tradotto, il limite da centrare sarebbe il 2,99 per cento, cioè 0,09 punti in meno del dato finale.
Per arrivarci servirebbero circa 2 miliardi, pari a 2.038 milioni. Il problema è che la cifra emersa dai conti è più alta: 2,5 miliardi, cioè 2.488 milioni di spese extra apparse soltanto negli ultimi giorni.
Da qui la conclusione: a far restare l’Italia dentro la procedura non è un presunto orientamento dell’istituto di statistica, ma un errore di calcolo attribuibile all’esecutivo.
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