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Politica 4 min di lettura3 giorni fa

Dal banco alla fascia tricolore: la sindaca contro il tetto del 30%

Sindy Manushi ripercorre l’arrivo dall’Albania e indica nella scuola, nei corsi di lingua e nelle risorse il vero nodo dell’integrazione

La sua esperienza personale mette in discussione l’idea che la presenza di alunni stranieri rallenti automaticamente una classe. Sindy Manushi, avvocata e sindaca di Pieve di Cadore, arrivò dall’Albania nel 2009, a nove anni, con una conoscenza quasi nulla dell’italiano: nel giro di un anno riuscì però a raggiungere i compagni e, poco dopo, ad aiutare uno di loro nella preparazione della tesina per l’esame di quinta.

Oggi, davanti alla proposta di limitare al 30% la presenza di studenti stranieri nelle classi, Manushi sostiene che il problema vada cercato altrove. A suo giudizio, il discrimine non è la nazionalità, ma la necessità concreta di alfabetizzazione, mentre nelle aree montane i bambini arrivati da altri Paesi contribuiscono spesso a mantenere aperti gli istituti scolastici.


La scuola che accelera l’integrazione

Inserita direttamente in quarta elementare, Manushi partiva da una condizione di forte svantaggio linguistico. Comprendeva solo alcune parole e non era ancora in grado di scrivere in italiano, ma il sostegno degli insegnanti e la disponibilità dei compagni resero il passaggio meno difficile di quanto temesse.

La sindaca ricorda che la sua vicenda non rappresenta un’eccezione isolata. In molte realtà più piccole, osserva, l’inserimento scolastico può funzionare proprio grazie alla dimensione delle comunità e alla collaborazione tra scuola, famiglie e territorio. Per questo ha definito la misura promossa dal governo “una mossa elettorale”, ritenendo che alimenti una contrapposizione tra italiani e stranieri invece di affrontare le difficoltà reali.


Il nodo nasce nei quartieri

Secondo Manushi, la concentrazione più alta di alunni che non conoscono la lingua riguarda soprattutto le grandi città, come Milano, Torino e Mestre. Il fenomeno, nella sua lettura, non dipende soltanto dalla composizione delle classi, ma dalla formazione di quartieri nei quali si concentrano famiglie con origine straniera.

Da questi contesti possono derivare scuole con una quota elevata di studenti ancora da alfabetizzare. La sindaca richiama anche il cosiddetto “white flight”, cioè lo spostamento di parte delle famiglie italiane lontano dai centri urbani dove la presenza straniera è diventata più consistente. La risposta, sostiene, dovrebbe quindi concentrarsi sui nuovi arrivati e sui ragazzi che hanno davvero bisogno di imparare l’italiano.


In montagna ogni alunno conta

A Pieve di Cadore e negli altri territori interni la questione assume una forma diversa. Lo spopolamento riduce il numero degli iscritti e la presenza di bambini stranieri può diventare determinante per evitare l’accorpamento delle classi o, in alcuni casi, la chiusura delle scuole.

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Manushi invita inoltre a non confondere cittadinanza anagrafica e competenza linguistica. Quasi due terzi degli stranieri considerati nel dibattito sono nati in Italia e hanno frequentato qui nido, scuola dell’infanzia e primi anni dell’obbligo: per molti di loro, dunque, l’italiano è una lingua conosciuta e utilizzata fin dall’infanzia.


Più lingua, non solo limiti

Resta la situazione di una parte di minori arrivati da poco e di famiglie che continuano a vivere in ambienti dove l’italiano viene usato poco. La sindaca riconosce soprattutto per le madri un problema di isolamento, ma indica nei corsi linguistici finanziati dallo Stato la soluzione da potenziare.

A suo avviso, chiedere ai genitori di imparare la lingua senza mettere a disposizione percorsi adeguati produce una contraddizione. Manushi ricorda che i finanziamenti per l’apprendimento dell’italiano furono cancellati quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno e sostiene che l’integrazione non possa essere progettata senza prevederne i costi.


L’esperienza dei genitori

I genitori della sindaca, arrivati in Italia da adulti, frequentarono il CPA di Pieve di Cadore, organizzato come scuola serale. Insieme ad altri cittadini italiani e a persone provenienti da Romania e Marocco, studiarono la lingua e conseguirono la licenza media, titolo utile anche per accedere a successive opportunità professionali e concorsi.

Nella situazione attuale, racconta Manushi, le risorse sono più limitate. A Pieve di Cadore è presente un CAS e diversi ragazzi ospitati hanno trovato rapidamente un impiego; nelle prime fasi, però, le lezioni di italiano sono state garantite soprattutto dal volontariato e dalle associazioni locali.

La sindaca, prima cittadina italiana di origine albanese e musulmana laica, considera il proprio percorso possibile grazie al contesto di Pieve di Cadore. Nello stesso tempo ritiene che oggi non esistano ancora, in Italia, condizioni analoghe a quelle che hanno consentito in altri Paesi o città l’affermazione di figure politiche provenienti da minoranze.

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