Cuba, Díaz-Canel rilancia le riforme: la sfida passa dall’economia
Nel suo primo spazio radiofonico, il presidente cubano ha presentato le aperture al privato come una possibile via d’uscita dalla crisi, senza mettere in discussione il socialismo.
Miguel Díaz-Canel ha scelto il debutto del suo programma radiofonico per legare le nuove aperture economiche alla crisi che sta stringendo Cuba. Davanti agli ascoltatori, il presidente ha difeso le misure approvate a giugno dal Parlamento e ha provato a presentarle come una risposta concreta ai problemi del Paese.
Pur sostenendo la linea delle riforme, il leader cubano ha anche voluto mettere un limite chiaro: l’isola, ha fatto intendere, non intende abbandonare il socialismo. Il messaggio è arrivato mentre il governo prova a gestire una fase di forte difficoltà, aggravata dall’assedio energetico e finanziario imposto a gennaio dagli Stati Uniti.
La crisi spinge verso nuove aperture
Nel suo intervento, Díaz-Canel ha insistito soprattutto sull’emergenza del combustibile. Ha ricordato che da nove mesi non entra una nave di carburante e ha collegato questo dato alle ricadute quotidiane sull’economia, sui servizi e sulla produzione.
Il presidente ha quindi domandato come sia possibile sostenere il sistema economico in condizioni del genere, sostenere i servizi pubblici e rilanciare la produzione. La sua conclusione è stata netta: molte delle risposte, secondo lui, si trovano proprio nelle misure approvate dal Parlamento.
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Le misure che cambiano il modello
Le regole introdotte a giugno aprono spazi più ampi all’iniziativa privata. Tra i punti citati ci sono la possibilità di importare ed esportare direttamente, l’assunzione di manodopera senza passare dall’intermediazione statale e una maggiore flessibilità per le banche private.
Si tratta di cambiamenti che, per decenni, sarebbero stati difficili da immaginare in un sistema costruito attorno a un forte controllo pubblico. Durante la trasmissione, inoltre, sono stati diffusi i messaggi della popolazione sulle recenti riforme, a conferma del tentativo di usare il nuovo spazio radiofonico anche come canale di ascolto e legittimazione delle scelte del governo.
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