Csm, il nodo è la vicepresidenza: i nomi e il rebus Schifani
Il Parlamento sceglierà dieci componenti laici dal 28 ottobre, ma la sfida decisiva sarà la maggioranza interna che dovrà indicare il futuro numero due del Consiglio.
Il calendario potrebbe diventare l’ostacolo principale per Renato Schifani. Se il presidente della Regione siciliana puntasse davvero a un posto nel prossimo Csm, dovrebbe lasciare Palazzo d’Orleans prima della scadenza naturale del mandato, prevista nel 2027. Intanto, nel centrodestra, la corsa ai dieci componenti laici è già entrata nel vivo e coinvolge anche la futura vicepresidenza.
Schifani davanti a un bivio
Il nuovo Consiglio superiore della magistratura dovrebbe insediarsi all’inizio del 2027. L’organo attualmente in carica ha iniziato il proprio mandato il 24 gennaio 2023 e la Costituzione fissa in quattro anni la durata dei membri elettivi. Per questo, un’eventuale candidatura di Schifani non sarebbe compatibile con l’idea di arrivare alla fine della legislatura regionale.
Una soluzione, però, potrebbe consistere nell’elezione parlamentare prima delle dimissioni dalla Regione, seguita dalla rinuncia all’incarico incompatibile. Esiste già un precedente: David Ermini fu eletto componente laico il 19 luglio 2018 quando era ancora deputato, lasciò la Camera il 25 settembre e il 27 settembre venne indicato come vicepresidente del Csm. La Carta vieta infatti ai membri del Consiglio, «finché sono in carica», di sedere in Parlamento o in un Consiglio regionale.
L’uscita anticipata di Schifani riaprirebbe anche la successione politica in Sicilia. Forza Italia avrebbe già un’alternativa interna: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, avrebbe comunicato al partito la propria disponibilità. La candidatura di Schifani, del resto, circola nel centrodestra già da luglio.
Zanon e Zanettin si contendono il vertice
La partita più delicata non si esaurirà con il voto di Camera e Senato. I parlamentari eleggeranno i dieci membri non togati, ma sarà poi il plenum del Csm a scegliere il vicepresidente tra gli eletti. Per ottenere quel risultato servirà quindi un’intesa più ampia, con il coinvolgimento anche dei consiglieri togati, secondo il meccanismo previsto dall’articolo 104 della Costituzione.
In Forza Italia il profilo più accreditato resta quello di Pierantonio Zanettin. Il senatore, oggi alla guida del gruppo azzurro in commissione Giustizia, ha già fatto parte del Csm dal 2014 al 2018 e potrebbe tornare a Palazzo Bachelet puntando direttamente alla seconda carica dell’istituzione.
Fratelli d’Italia, tuttavia, non sembra voler consegnare agli alleati il controllo della scelta. Tra i nomi esaminati figura Nicolò Zanon, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Statale di Milano, già consigliere del Csm e in seguito giudice e vicepresidente della Corte costituzionale. Nei mesi scorsi Zanon ha inoltre guidato il Comitato “Sì Riforma” nella campagna referendaria sulla revisione della giustizia, poi respinta dagli elettori.
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Boschi, Renzi e i numeri delle opposizioni
Sul versante dell’opposizione, l’ipotesi Maria Elena Boschi resta accompagnata da un problema formale. La capogruppo di Italia Viva alla Camera aveva negato di essersi proposta per il Csm o per la vicepresidenza: «Non mi sono mai proposta per un ruolo al Csm e tanto meno ho mai pensato o chiesto di diventarne vicepresidente». La stessa Boschi aveva anche ricordato di non possedere, allo stato, l’anzianità professionale richiesta.
Il bando non parla soltanto di quindici anni di iscrizione all’albo, ma di quindici anni di esercizio effettivo dell’avvocatura. Boschi, iscritta all’Ordine di Firenze prima dell’ingresso in Parlamento, aveva sospeso l’attività durante gli incarichi di governo. Secondo una ricostruzione riferita da una fonte autorevole, Matteo Renzi avrebbe comunque incontrato alcuni magistrati candidabili per sostenere il suo nome nella corsa alla vicepresidenza.
Per Italia Viva pesano anche gli equilibri parlamentari e la possibile riforma elettorale. Se alla Camera venisse confermato il cosiddetto Melonellum, con preferenze e premio di maggioranza, diversi deputati potrebbero dover affrontare una rielezione incerta. In uno schema simile a quello del 2023, con sette laici indicati dalla maggioranza e tre dalle opposizioni, non sarebbe automatico riservare un posto ai renziani; le minoranze puntano invece ad arrivare almeno a quattro rappresentanti.
Nel Partito democratico sono entrati nella rosa Alfredo Bazoli, senatore e avvocato, e Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e anch’essa avvocata. Viene valutata anche una candidatura esterna: quella di Enrico Grosso, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino.
La sua eventuale elezione avrebbe un significato particolare dopo il referendum. Grosso ha sostenuto il fronte contrario alla riforma come presidente onorario del comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Associazione nazionale magistrati, mentre Zanon si era schierato per il Sì. I due potrebbero così ritrovarsi nello stesso Csm dopo essere stati su fronti opposti nella campagna sulla revisione dell’autogoverno della magistratura.
Le candidature resteranno aperte fino alle 10 del 23 ottobre. Per accedere alla selezione è necessario aver esercitato la professione forense per quindici anni oppure essere professore ordinario di materie giuridiche. Il primo voto parlamentare è fissato per il 28 ottobre: da quel momento inizierà anche la fase decisiva per costruire la maggioranza interna chiamata a scegliere il vicepresidente.
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