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Politica 4 min di lettura1 ora fa

Commissione Covid, lo scontro di Speranza: «Prima la vita»

L’ex ministro difende chiusure, vaccini e coordinamento internazionale, accusando la commissione di cercare consenso politico invece di preparare il Paese alle prossime emergenze.

Roberto Speranza torna a rivendicare le scelte compiute durante l’emergenza sanitaria e lo fa davanti alla Commissione Covid, contestandone il metodo e le finalità. Secondo l’ex ministro della Salute, l’organismo avrebbe concentrato troppe energie sull’attacco agli avversari politici e sulla ricerca di consenso tra i gruppi contrari alla scienza, invece di concentrarsi sulle lezioni utili per affrontare future pandemie.

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Speranza attacca il metodo della commissione

Nel corso dell’audizione, Speranza ha sostenuto che alcune domande rivolte ai testimoni sembrerebbero pensate più per alimentare contenuti sui social che per migliorare la preparazione del sistema pubblico. «L’unico obiettivo di questa commissione è apparso, troppo spesso, quello di colpire malamente i propri avversari politici», ha affermato, auspicando che i lavori possano smentire questa impressione.

L’ex ministro ha inoltre riferito di vivere da anni sotto la pressione di campagne d’odio e minacce rivolte anche ai suoi familiari. A suo giudizio, il compito dell’organismo parlamentare dovrebbe essere diverso: ricostruire quanto accaduto e rafforzare la capacità di risposta del Paese, senza trasformare l’indagine in uno strumento di contrapposizione politica.


Chiusure e vaccini, i numeri citati

Speranza ha difeso il ricorso alle restrizioni durante la prima fase dell’emergenza. Richiamando uno studio dell’Imperial College pubblicato nel 2020 sulla rivista Nature, ha ricordato la stima di 630 mila vite salvate grazie al primo periodo di chiusure. In seguito, ha spiegato, il sistema di classificazione a colori consentì di modulare gli interventi e di evitare nuovi blocchi generalizzati.

Anche la campagna vaccinale è stata indicata come decisiva. Secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità citati dall’ex ministro, tra gennaio 2021 e gennaio 2022 le vaccinazioni avrebbero evitato 151.532 decessi e 517.807 ricoveri nel Servizio sanitario nazionale. Un’analisi dell’Oms riferita al periodo compreso tra dicembre 2020 e marzo 2023 avrebbe inoltre calcolato 1,6 milioni di vite risparmiate nella sola regione europea.

Speranza ha menzionato anche una ricerca pubblicata da Jama nel dicembre 2025, condotta in Francia su 22.767.546 persone vaccinate e 5.932.443 non vaccinate seguite per quattro anni. In quel campione, i vaccinati avrebbero registrato una probabilità di morte per Covid inferiore del 75% e una riduzione complessiva del rischio di decesso pari al 25%.


La difesa delle decisioni adottate

L’ex ministro ha respinto l’idea che la fiducia nella scienza e nei vaccini possa essere associata a uno schieramento politico. Ha sostenuto che gli obblighi e gli altri provvedimenti varati per sostenere la campagna vaccinale miravano a proteggere la popolazione e che i dati, a suo avviso, confermano la correttezza di quella direzione.

Nel suo intervento ha indicato la tutela della vita come criterio prioritario rispetto alle conseguenze economiche e agli altri diritti coinvolti nelle decisioni emergenziali. «Una vita persa non è rimediabile. I danni economici, invece, sono riparabili», ha detto, rivendicando l’impostazione rigorosa seguita quando era alla guida del ministero.

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Speranza ha poi ricordato il lavoro del personale sanitario, degli scienziati e dei funzionari pubblici, insieme ai cittadini che rispettarono le regole. Ha attribuito anche alla struttura commissariale, prima con Domenico Arcuri e poi con Francesco Paolo Figliuolo, il rafforzamento delle dotazioni sanitarie realizzato durante l’emergenza.


Regioni e cooperazione oltre i confini

Per l’ex ministro, la pandemia ha dimostrato che la sanità non può essere organizzata soltanto su base locale o nazionale. La diffusione del virus da Wuhan a Vo’ Euganeo avrebbe mostrato la necessità di reti internazionali, di sistemi comuni di sorveglianza e di un coordinamento più stretto attraverso l’Oms e l’Unione Europea della Salute.

Speranza ha difeso anche l’acquisto coordinato dei vaccini in Europa, al quale ha detto di aver contribuito, ricordando che quella scelta permise ai Paesi membri di avviare le somministrazioni nel dicembre 2020. Ha invece criticato l’astensione sull’accordo pandemico globale adottata nel maggio 2025 da Iran, Russia e Israele, considerandola il risultato di un sovranismo sanitario distante dalla realtà delle emergenze.

Particolare rilievo è stato dato al ruolo delle Regioni, escluse dai lavori della commissione secondo una scelta legislativa che l’ex ministro ha definito sorprendente. A suo avviso, i territori avrebbero dovuto essere ascoltati per ricostruire la gestione concreta dell’emergenza, non per essere messi sotto accusa.

Le amministrazioni regionali, ha sottolineato, esercitano infatti competenze decisive sulle aziende sanitarie e ospedaliere, dove il diritto alla salute trova applicazione quotidiana. Speranza ha sostenuto che durante la crisi la collaborazione istituzionale fu continua e che, almeno nelle fasi più difficili, le differenze politiche non impedirono il coordinamento.


Il piano aggiornato dopo tre anni e mezzo

Nel finale dell’audizione, l’ex ministro ha ricordato di aver predisposto in 16 mesi il piano per contrastare il Covid. Ha poi osservato che il governo successivo lo ha aggiornato il 30 aprile 2026, 42 mesi dopo il proprio insediamento: quasi tre volte il tempo impiegato da lui.

Speranza ha riferito che la prima bozza del nuovo documento aveva riaperto il confronto perché riproponeva elementi già presenti nel piano precedente, comprese chiusure e mascherine. La discussione, secondo l’ex ministro, avrebbe dovuto concentrarsi sui contenuti e sulla preparazione del sistema, non sulla semplice somiglianza tra i documenti.

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