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Politica 4 min di lettura5 giorni fa

Cinema italiano, tra glamour e paralisi: cosa resta fuori scena

Festival, finanziamenti e nuove riforme raccontano un sistema audiovisivo visibile soltanto in superficie, mentre crisi industriale e incertezza restano senza risposte.

Giovedì 24 Giorgio Carlo Brugnoni ha riunito alcune associazioni del settore in un incontro riservato, indicando una serie di provvedimenti attesi a breve: la riapertura delle finestre per i contributi automatici e per il tax credit distribuzione, la designazione delle nuove commissioni ministeriali e gli ultimi passaggi per il tax credit produzione. Il Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo è anche vicecapo di Gabinetto del Ministero della Cultura, una doppia funzione che sovrappone responsabilità amministrative e politiche.

L’annuncio di misure ordinarie viene però presentato come una svolta, dentro un apparato che continua a muoversi tra ritardi, norme superate e procedure difficili da decifrare. Il risultato è un comparto sospeso nell’incertezza, dove anche un modesto passo avanti può apparire come un risultato eccezionale.


La macchina pubblica resta immobile

Il problema non riguarda soltanto le decisioni più recenti. A sostenere l’attuale assetto sono anche i grandi operatori del mercato e le principali organizzazioni imprenditoriali, Anica per il cinema e Apa per la televisione, interessati a preservare un equilibrio che lascia ai margini produttori indipendenti, piccole aziende, lavoratori precari e autori alle prime esperienze.

Fremantle e Netflix, insieme agli altri grandi gruppi internazionali dell’audiovisivo, hanno un peso crescente nel sistema. Nel frattempo, la Rai rimane al centro di ipotesi politiche come l’abolizione del canone, tema utilizzato anche in chiave elettorale, mentre da un anno la televisione pubblica opera senza rispettare quanto stabilito dall’European Media Freedom Act (Emfa). Il contrasto tra immagine pubblica e condizioni effettive attraversa così l’intero settore.


Il glamour copre la crisi industriale

La scena più visibile è quella dei festival, dei tappeti rossi e dei film presentati davanti a giornalisti e addetti ai lavori. Molto meno spazio ricevono invece la perdita di pubblico nelle sale italiane e i dubbi sulla capacità del cinema nazionale di rinnovarsi sul piano creativo.

La fiction televisiva presenta difficoltà meno accentuate, ma anche in questo ambito la proprietà è cambiata profondamente. Negli ultimi anni, la maggior parte delle prime dieci società di produzione operanti in Italia è finita sotto il controllo di gruppi stranieri, anche grazie all’impiego del tax credit, strumento del quale la riforma non realizzata è stata rivendicata dalla premier Meloni durante il bilancio dei suoi primi quattro anni di governo.


Venezia e Roma senza bilancio reale

La Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia propone numerosi titoli destinati soprattutto a critici e appassionati, senza che una quota rilevante riesca poi a raggiungere il pubblico delle sale. Una dinamica simile riguarda la Festa del Cinema di Roma, la cui presentazione è stata affidata al Presidente della Fondazione Cinema per Roma Salvo Nastasi, che guida anche la Società Italiana degli Autori e Editori (Siae).

Manca tuttavia una verifica sistematica degli effetti prodotti da queste manifestazioni sul mercato cinematografico e sulla frequentazione delle sale, soprattutto per quanto riguarda le opere italiane. Festival e rassegne funzionano come vetrine finanziate con risorse pubbliche e garantiscono occupazione a molte persone, ma non è stato dimostrato quanto riescano a modificare concretamente i comportamenti degli spettatori.

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Dati e riforme restano nell’ombra

Il deficit di analisi accompagna da tempo le politiche culturali. La valutazione sull’impatto della Legge Cinema e Audiovisivo è arrivata con forte ritardo e resta di difficile reperibilità: il ministro Giuli l’ha inviata al Parlamento a metà luglio 2026, riferendosi ai risultati del 2024.

Una sorte analoga riguarda il rapporto annuale sullo spettacolo, relativo a circa 450 milioni di euro di sostegni pubblici destinati a teatro, musica, danza e circhi. Il Mic lo ha diffuso il 23 settembre senza una comunicazione pubblica adeguata; il documento sull’anno 2025 conta 284 pagine e rischia di rimanere confinato a una cerchia ristretta di specialisti.

Carlo Prosperi, Capo Segreteria della Commissione Cultura della Camera presieduta da Federico Mollicone di FdI, ha pubblicato un’analisi su f! formiche. Il rapporto, pur privo di un esame davvero critico, avrebbe bisogno di essere discusso apertamente da istituzioni e operatori e di circolare nelle comunità professionali, invece di essere lasciato ai pochi che decideranno di leggerlo.


La nuova legge guarda al 2028

Il disegno di riforma del cinema e dell’audiovisivo ha superato il voto della Camera il 10 settembre e ora prosegue al Senato. La Commissione Cultura di Palazzo Madama lo esaminerà in sede referente mercoledì 30 settembre, con Roberto Marti (Lega), presidente della 7a Commissione, incaricato come relatore.

Il calendario lascia prevedere un passaggio rapido: non sono previste ulteriori audizioni e il testo approvato il 10 settembre dovrebbe arrivare alla conclusione senza cambiamenti di rilievo, con l’obiettivo di chiudere entro fine ottobre. Le innovazioni, compresa la nascita dell’Agenzia destinata a prendere il posto della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero, non diventerebbero però operative prima del 2028.

Il futuro della riforma resta inoltre legato all’esito delle prossime elezioni politiche nazionali, attese in primavera o in autunno l’anno prossimo. Gli equilibri che usciranno dalle urne potrebbero modificare il quadro, così come rimane incerto il destino di una possibile revisione della Rai.

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