Algoritmi e potere: perché il watchdog oggi passa anche dal digitale
I numeri su giornali, social e piattaforme raccontano uno spostamento del baricentro informativo: dalla carta agli algoritmi, con nuove pressioni su pluralismo e inchiesta.
Le regole del gioco nell’informazione sono cambiate, e a dirlo sono i numeri prima ancora delle analisi. In Italia le copie cartacee dei quotidiani vendute ogni giorno sono circa 1,1 milioni, mentre le piattaforme digitali parlano a pubblici enormemente più vasti: YouTube supera i 41 milioni di utenti raggiungibili, Instagram sfiora i 30 milioni, Facebook va oltre i 28 milioni e TikTok arriva ad almeno 22 milioni di adulti, senza contare i minorenni.
Il confronto non è perfetto, perché da una parte ci sono vendite quotidiane e dall’altra platee potenziali. Eppure la distanza tra questi mondi spiega bene il cambio di fase. Nel Paese si contano 53 milioni di persone connesse a Internet e circa 41 milioni di identità attive sui social; nel mondo gli utenti della rete superano i 6 miliardi e gli account social sono circa 5,8 miliardi. Non si tratta ovviamente di 5,8 miliardi di individui distinti, ma il peso del fenomeno resta enorme.
Il punto di accesso non è più lo
Oggi molti lettori non aprono più un giornale né cercano per forza un notiziario televisivo: incontrano le notizie dentro un feed, tramite un video, una notifica, una ricerca o un contenuto condiviso da un influencer. Le grandi piattaforme video e social sono diventate uno dei principali canali di accesso all’attualità, e la loro capacità di raggiungere gli utenti supera quella di qualunque testata singola.
Questo non vuol dire che giornali e tv siano diventati irrilevanti. I quotidiani continuano a produrre inchieste, a fissare temi nell’agenda pubblica e a esercitare autorevolezza; la televisione, soprattutto quella generalista, conserva un’influenza molto forte. Ma accanto al potere degli editori si è affermato un altro centro di forza, che decide come l’informazione arriva al pubblico e con quali priorità.
La libertà di stampa incontra la libertà digitale
Per anni la domanda centrale è stata chi possedesse i giornali e chi controllasse le reti televisive. Oggi, a quella domanda, se ne aggiunge un’altra: chi governa il percorso che porta una notizia fino ai cittadini? La risposta passa sempre più da piattaforme private e algoritmi che stabiliscono ordine, visibilità e diffusione dei contenuti.
Da qui l’idea che libertà di stampa e libertà digitale non possano essere separate. La prima riguarda ancora proprietà, concentrazione editoriale e rapporto tra politica ed editoria; la seconda chiama in causa soggetti che non producono soltanto contenuti, ma regolano l’infrastruttura stessa attraverso cui quei contenuti circolano. È un passaggio decisivo, perché il controllo non si esercita più solo su chi pubblica, ma anche su chi distribuisce.
Report e il caso Rai
Dentro questo quadro si inserisce la vicenda della Rai, dove negli ultimi anni il pluralismo si è ristretto. Dopo la vittoria della destra, il termine Telemeloni è stato usato per descrivere un servizio pubblico sempre più segnato dalla maggioranza di governo, tra nomine e scelte editoriali che hanno ridotto gli spazi di autonomia.
In questo scenario, Report è rimasto uno dei presìdi più riconoscibili del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico. Proprio per questo, secondo l’intervento, la trasmissione è finita nel mirino di attacchi politici, pressioni e tentativi di delegittimazione rivolti anche a Sigfrido Ranucci. Dopo una fase definita molto dura, il programma resta in piedi con la sua squadra e il suo impianto editoriale, ma il punto è evitare che venga indebolito o reso più innocuo.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
«Dobbiamo vigilare perché quel progetto non cambi», è l’avvertimento arrivato nel passaggio dedicato al futuro della trasmissione. L’altro nodo è più ampio: un servizio pubblico indipendente deve controllare il potere o finire controllato da chi governa?
Il watchdog serve anche nel 2027
Lo sguardo è già rivolto alle elezioni politiche del 2027. L’intervento sostiene che la destra tema il giornalismo d’inchiesta proprio perché non si limita a registrare dichiarazioni, ma verifica, collega i fatti, segue i flussi di denaro e sottopone il potere a controllo.
In questo senso il giornalismo watchdog non è una formula astratta: è il cane da guardia della democrazia. Il caso Report, quindi, non riguarda solo una redazione o un programma televisivo, ma il diritto dei cittadini ad avere informazione autonoma, pluralismo e un servizio pubblico libero da condizionamenti.
I nuovi signori dell’infrastruttura
Accanto ai media tradizionali restano poi i grandi poli privati. Mediaset è controllata dalla famiglia Berlusconi ed è legata alla storia politica di Forza Italia; La7 è nelle mani di Urbano Cairo, che guida anche il Corriere della Sera e possiede una squadra di calcio. Sul fronte dell’editoria pesa anche Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata, deputato della Lega e figura centrale di un gruppo che edita Libero, Il Giornale e Il Tempo.
Il problema, però, non è impedire a questi soggetti di avere una linea editoriale. Il tema è un altro: cosa accade quando una forte concentrazione economica, politica e informativa diventa uno strumento di pressione sistematica sul giornalismo che dovrebbe controllare il potere?
A questo si aggiunge il nuovo passaggio decisivo, quello delle piattaforme: Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads fanno capo a Meta; YouTube a Google e dunque ad Alphabet; X a Elon Musk; TikTok a ByteDance; LinkedIn a Microsoft. In questo modello, chi controlla una piattaforma non controlla soltanto un contenuto, ma l’infrastruttura attraverso cui passano anche i contenuti prodotti dagli altri.
Ed è qui che entra in scena l’algoritmo. Non decide il direttore, non decide il giornalista e non decide il cittadino: è il sistema di raccomandazione a stabilire cosa venga mostrato, a chi e con quale priorità. Un meccanismo che non è neutrale, perché nasce da scelte industriali e commerciali e finisce per premiare alcuni contenuti e limitarne altri.
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