Phillip Island cancellata? Stoner prepara la battaglia per salvarla
Il campione australiano contesta l’addio del circuito al calendario della MotoGP e mette in guardia sui rischi dei tracciati cittadini e dell’elettronica moderna.
Il Gran Premio d’Australia del 2026 potrebbe segnare la fine del rapporto tra la MotoGP e Phillip Island. La gara del 24 e 25 ottobre è infatti indicata come l’ultima sul circuito, una prospettiva che Casey Stoner considera particolarmente amara dopo le sei vittorie consecutive ottenute in casa tra il 2007 e il 2012.
L’ex pilota di Ducati e Honda ha affrontato il tema durante un’intervista con Chris Vermeulen per la webserie “Echoes of the Island”. Secondo Stoner, sostituire un tracciato storico con un circuito cittadino significherebbe rinunciare a una pista capace di offrire gare spettacolari e condizioni tecniche uniche.
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Stoner teme il cambio di scenario
Il campione australiano ha definito la possibile esclusione di Phillip Island una decisione molto deludente. A preoccuparlo non è soltanto la perdita di un appuntamento tradizionale, ma anche il possibile ricorso a circuiti cittadini, che a suo giudizio potrebbero presentare maggiori problemi sul piano della sicurezza.
“Le vite di questi ragazzi sono in pericolo”, ha detto Stoner, ricordando che i piloti non dispongono di un abitacolo protettivo e che ogni errore può trasformarsi in una caduta molto grave. Per questo l’ex iridato ha spiegato di voler contribuire a riportare Phillip Island nel calendario della MotoGP.
Il circuito australiano, con le sue curve rapide, il vento e le variazioni meteorologiche, impone infatti una gestione complessa della moto e degli pneumatici. Proprio la necessità di conservare le gomme fino al termine della gara rappresenta una delle difficoltà che rendono il tracciato diverso da molti altri.
Una pista amata nonostante la paura
Stoner ha raccontato che correre davanti al pubblico australiano comportava emozioni contrastanti. Da una parte c’era l’energia dei tifosi di casa, dall’altra la pressione di una gara nella quale ogni errore poteva compromettere tutto. Nonostante i sei successi, Phillip Island non è mai stata per lui una pista semplice.
Con le moto di cilindrata più bassa, il pilota non riusciva a divertirsi particolarmente; sulle macchine più potenti ha invece imparato a interpretare il circuito soltanto dopo alcuni anni. La prima curva, in particolare, lo induceva a non esagerare e a ridurre il margine di rischio.
La sua zona preferita era la curva 2, considerata un raro momento di pausa in un giro quasi interamente ad alta intensità. Stoner apprezzava anche la sequenza tra le curve 11 e 12, soprattutto quando riusciva a completarla senza perdere il controllo della moto.
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Il ricordo più speciale è del 2011
Tra le vittorie conquistate sull’isola, quella del 2011 occupa un posto speciale. Stoner la ottenne nel giorno del suo compleanno e al termine di una gara segnata dal cambiamento del tempo, con sole, vento e pioggia alternati.
“Era la mia quinta vittoria consecutiva nel Gran Premio di casa e nel giorno del mio compleanno”, ha ricordato. La giornata, iniziata con temperature miti e cielo favorevole, si trasformò progressivamente e rese quel successo ancora più memorabile.
L’australiano ha parlato anche dei test svolti sul circuito, spesso caratterizzati da due simulazioni complete di gara che lasciavano i piloti esausti. In seguito, l’introduzione della gomma unica e la riduzione delle simulazioni modificarono il lavoro in pista. Stoner ha inoltre ricordato le difficoltà delle Bridgestone del 2010 rispetto alle Michelin nella fase di ingresso in curva.
L’ultima delle sue sei affermazioni arrivò nel 2012. Dopo quella gara, il pubblico impiegò circa tre ore per lasciare il circuito, a conferma dell’enorme partecipazione degli appassionati australiani.
L’elettronica cambia la sfida
Un altro punto sollevato da Stoner riguarda l’evoluzione tecnica delle MotoGP. A suo avviso, i sistemi elettronici e l’aerodinamica hanno ridotto il carattere fisico della guida, impedendo ai piloti di percepire completamente ciò che rende Phillip Island così impegnativa.
“Non potranno provare davvero com’è Phillip Island su una moto potente”, ha spiegato, citando la difficoltà di far scivolare la moto, controllarla e reagire alle raffiche di vento. Per l’ex campione, l’elettronica limita proprio quelle sensazioni che in passato rendevano il circuito una prova tanto rischiosa quanto affascinante.
Il valore della pista, secondo Stoner, non riguarda però soltanto la competizione. Molti tifosi affrontano viaggi lunghissimi per raggiungerla: dal Queensland possono servire oltre venti ore di automobile. È una dimostrazione di dedizione che, insieme al paesaggio e alla particolare usura degli pneumatici, rende Phillip Island una presenza difficile da sostituire.
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