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Motori 2 min di lettura1 ott

Dazi e dati: perché Ford teme l’onda cinese negli Usa

Jim Farley avverte Washington: l’Europa avrebbe reagito troppo tardi, mentre i produttori asiatici avanzano anche con ibride e fabbriche sul territorio europeo.

A Detroit il timore non riguarda soltanto il prezzo delle vetture cinesi, ma anche la quantità di informazioni che i loro sistemi potrebbero raccogliere. Secondo Jim Farley, amministratore delegato di Ford, gli Stati Uniti hanno ancora la possibilità di limitare l’espansione asiatica, mentre l’Unione Europea sarebbe ormai in forte ritardo.


Il nodo americano va oltre i dazi

Le automobili elettriche e ibride connesse vengono considerate veri dispositivi informatici mobili: attraverso sensori e software potrebbero acquisire dati biometrici, posizioni geografiche e informazioni sulla circolazione. È questo uno dei motivi per cui negli Stati Uniti la discussione non si limita alla concorrenza industriale.

Le pressioni esercitate dal settore automobilistico di Detroit puntano a rendere strutturali le misure introdotte come risposta d’emergenza. Le proposte si concentrano su sicurezza digitale, controllo dei dati e tutela delle infrastrutture strategiche, nella convinzione che tariffe superiori al 100% e limiti ai programmi di bordo potrebbero non bastare a frenare una capacità produttiva cinese eccedente rispetto alla domanda interna.


Farley invita Washington alla prudenza

La posizione di Farley arriva in una fase in cui si stima che la Cina possa esportare 12 milioni di automobili verso l’Europa, l’America Latina e altri mercati, contro i 3 milioni del 2022. Il dirigente descrive i modelli prodotti dal Paese asiatico come molto competitivi per tecnologia, sistemi digitali e costi industriali.

Ford, tuttavia, non intende rinunciare a ogni collaborazione con aziende orientali. La società americana lavorerà con imprese asiatiche nei comparti in cui queste dispongono di competenze più avanzate: un esempio è l’intesa con CATL per realizzare batterie a prezzo contenuto in uno stabilimento del Michigan.


L’Europa paga il ritardo industriale

Sul mercato europeo il problema nasce anche dalla debolezza della filiera legata alla mobilità elettrica. La mancanza di una strategia comune sulle materie prime essenziali e sulle tecnologie per gli accumulatori ha lasciato spazio ai grandi produttori cinesi, che hanno potuto conquistare posizioni rilevanti.

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I dazi adottati dall’Unione Europea rischiano così di avere un effetto limitato. Diversi costruttori asiatici possono infatti trasferire una parte della produzione dentro i confini comunitari, aprendo impianti soprattutto nell’Europa centrale e orientale e riducendo l’impatto delle barriere all’importazione.


La nuova sfida arriva dalle ibride

L’avanzata cinese non riguarda soltanto le automobili completamente elettriche. I produttori stanno puntando anche sulle ibride ricaricabili, una tecnologia adatta a una fase in cui la diffusione dei modelli a batteria procede più lentamente del previsto, tra colonnine non distribuite in modo uniforme e prezzi ancora elevati.

I nuovi sistemi PHEV sviluppati dai marchi asiatici promettono percorrenze elettriche superiori a quelle offerte mediamente dai rivali occidentali. In questo modo riducono il timore di restare senza ricarica durante i tragitti lunghi e consentono di contenere le spese negli spostamenti quotidiani in città.

Per questa ragione Bruxelles valuta possibili tariffe anche sulle ibride prodotte in Cina. La risposta dei costruttori, però, potrebbe essere ancora una volta la localizzazione: BYD ha già indicato questa strada e altri marchi sembrano orientati a seguirla, costruendo direttamente sul territorio europeo.

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