Bessie Stringfield, la strada contro due pregiudizi
Dalla segregazione alle traversate solitarie, la motociclista afroamericana trasformò ogni viaggio in una prova di libertà e resistenza
«Anni fa il dottore mi ha chiesto di smettere ma gli ho risposto che se non guido non vivrò a lungo. Perciò non ho mai smesso.» Bessie Stringfield rimase fedele alla motocicletta anche quando una malattia cardiaca e l’età avanzata resero sempre più difficile continuare. Guidò fino a quando le condizioni fisiche glielo permisero, prima di dover rinunciare definitivamente.
Bessie Stringfield morì in Florida il 16 febbraio 1993. La sua figura, però, ha continuato a essere valorizzata: nel 2000 l’American Motorcyclist Association creò il Bessie Stringfield Award, destinato a riconoscere il ruolo delle donne nel motociclismo, mentre nel 2002 arrivò l’ingresso postumo nella AMA Motorcycle Hall of Fame. Nel 2025 il Harley-Davidson Museum le ha inoltre dedicato una mostra costruita anche attraverso fotografie, documenti e materiali appartenuti alla motociclista.
Un nome diventato leggenda
La vita privata fu tutt’altro che lineare. Bessie raccontava di avere contratto sei matrimoni e di avere divorziato altrettante volte; il cognome passato alla storia era quello del terzo marito, Arthur Stringfield. Fu lui, secondo la sua versione, a invitarla a conservarlo dopo la separazione: «Mi ha chiesto di tenere il suo nome perché l’avevo reso famoso!».
Durante il primo matrimonio Bessie disse di avere perso tre bambini. In seguito non ebbe altri figli. L’attività pubblica e la passione per le due ruote finirono comunque per occupare uno spazio centrale nella sua identità, molto più del percorso familiare.
Le origini restano incerte
Anche i primi anni della sua esistenza sono avvolti da ricostruzioni divergenti. Per lungo tempo Bessie sostenne di essere nata a Kingston, in Giamaica, nel 1911, e di essere arrivata ancora piccola negli Stati Uniti. La madre sarebbe morta quando lei era bambina; il padre l’avrebbe poi lasciata, prima dell’adozione da parte di una donna irlandese agiata residente a Boston.
Materiali esaminati in epoca più recente hanno però indebolito questa versione. Il Harley-Davidson Museum, dopo avere studiato fotografie, carte e oggetti del suo archivio, colloca la nascita in North Carolina nel 1912. Non esiste quindi una certezza condivisa su quel capitolo iniziale, mentre è documentato il momento in cui la motocicletta comparve nella sua vita: a 16 anni salì su una Indian Scout del 1928 e imparò quasi senza istruttori.
Otto viaggi dentro l’America segregata
Nel 1930 cominciò la stagione delle grandi traversate. Per decidere la meta ricorreva a un sistema casuale: lasciava cadere una moneta su una mappa e prendeva la direzione indicata. Tra gli anni 30 e 40 avrebbe affrontato otto spedizioni in solitaria, raggiungendo, secondo le biografie, tutti i 48 stati contigui degli Stati Uniti.
Quelle distanze avevano un peso particolare perché mancavano ancora le grandi Interstate e nel Sud erano in vigore le leggi Jim Crow. Una donna afroamericana sola su una moto doveva cercare ogni volta un luogo sicuro per dormire e un modo per finanziarsi. Bessie accettava lavori temporanei, partecipava a gare o organizzava esibizioni; quando non trovava ospitalità tra altre persone nere, trascorreva la notte sulla moto, spesso presso una stazione di servizio.
Due discriminazioni sulla stessa strada
Il colore della pelle non era l’unico motivo di ostilità. Negli anni 30 una donna alla guida di una motocicletta veniva considerata un’eccezione quasi impensabile, e Bessie subiva contemporaneamente il razzismo e il pregiudizio di genere. «Ovunque andassi la gente era scioccata nel vedere una donna nera in sella a una motocicletta», raccontava.
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In una competizione riuscì a imporsi nascondendo il volto sotto il casco. Quando gli organizzatori capirono che la vincitrice era una donna, non le consegnarono il premio. Durante un altro viaggio, nel Sud, un uomo al volante di un pick-up la seguì e la costrinse a uscire di strada, provocandone la caduta: episodi che mostrano il pericolo concreto di quelle trasferte.
Dalla guerra alla Motorcycle Queen
Con l’entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, l’esperienza accumulata sulle strade le permise di lavorare come corriere civile in motocicletta per l’esercito. Era l’unica donna della sua unità, secondo le ricostruzioni biografiche, e affrontò un addestramento nel quale apprese anche a superare zone paludose e terreni impraticabili, realizzando passaggi provvisori con corde e tronchi.
Nel 1942 partecipò in Florida a un corso motociclistico del Defense Council of Dade County insieme ad altri sette conducenti afroamericani, tutti uomini. Con una Harley-Davidson blu consegnava documenti tra le installazioni militari. Dopo avere raggiunto la Florida alla fine degli anni 30, nel dopoguerra si stabilì nell’area di Miami e nei primi anni 50 comprò una casa nei pressi di Opa-locka.
La casa come punto d’incontro
A Miami i rapporti con la polizia furono inizialmente complicati: Bessie veniva fermata più volte mentre guidava, anche per il fatto di essere una donna afroamericana in motocicletta. A un certo punto chiese di incontrare un capitano e dimostrò direttamente le proprie capacità eseguendo alcune manovre in un parco. Dopo quell’incontro, disse, gli agenti smisero di crearle problemi.
Nel frattempo lavorò come domestica e studiò per diventare infermiera, ottenendo la relativa qualifica. La casa di Opa-locka rimase però legata soprattutto al motociclismo: negli anni 60 vi fondò l’Iron Horse Motorcycle Club, registrato presso l’AMA nel 1965 con il numero 1557. I giornali locali iniziarono a parlare delle sue imprese e le attribuirono prima il soprannome “Negro Motorcycle Queen”, poi quello rimasto più famoso: “Motorcycle Queen of Miami”.
Harley-Davidson, una scelta assoluta
La passione era nata con una Indian Scout, ma negli anni Bessie si orientò quasi completamente verso Harley-Davidson. Raccontava di aver posseduto 27 motociclette del marchio e ne sintetizzava così la preferenza: «Per me la Harley - diceva - è l’unica moto mai costruita.»
La sua vicenda continua a essere studiata proprio perché unisce viaggi, lavoro, sport e opposizione quotidiana alle barriere sociali. Prima ancora che diventasse un simbolo celebrato da premi e musei, Bessie aveva trasformato la strada in uno spazio da conquistare, attraversando un Paese nel quale il viaggio non era ugualmente accessibile a tutti.
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