Visite lampo e diagnosi: perché l’empatia cambia la cura
Ascolto, linguaggio comprensibile e attenzione alla persona rafforzano il rapporto medico-paziente e possono rendere più efficace il percorso terapeutico.
Otto o nove minuti di visita, pazienti interrotti dopo appena 22 secondi e diagnosi spiegate talvolta in modo frettoloso: sono questi alcuni degli ostacoli che rendono fragile il rapporto tra medico e assistito. Eppure la qualità della comunicazione, fatta di parole, gesti e tempo, può incidere sulla comprensione della malattia e sulla capacità di seguire le cure.
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La fiducia entra nella terapia
Una testimonianza raccolta nel volume “Mi racconto. Il potere terapeutico delle parole…” racconta l’esperienza di Elena, una donna in attesa di mastectomia. Dopo aver incontrato il chirurgo, la paziente ha descritto una visita approfondita e parole capaci di rassicurarla, riconoscendo nel medico sensibilità ed empatia. Il libro, realizzato dal Santa Maria Hospital di Bari, riunisce le storie di 14 donne operate di tumore al seno.
Per Roberto Tarquini, vicepresidente della Simi, il rapporto costruito con il paziente non è un elemento accessorio. «L’alleanza terapeutica fra medico e paziente è fondamentale», ha spiegato, sottolineando che il confronto permette di definire insieme il percorso di cura. Quando l’assistito si sente ascoltato, aumenta la possibilità che segua le indicazioni ricevute e continui a rispettarle nel tempo.
Il linguaggio può diventare una cura
La comunicazione, però, resta spesso affidata alla sensibilità personale del professionista. Secondo un’indagine realizzata per Il Sole 24 Ore, quasi un italiano su cinque considera insufficienti le informazioni ricevute su diagnosi e trattamenti. Nel percorso universitario di Medicina, inoltre, manca un esame specifico dedicato alla relazione con il paziente.
Per colmare almeno in parte questa lacuna, la Simi ha organizzato il corso “La relazione che cura. Basi teorico-pratiche della comunicazione empatica con il paziente”, arrivato alla seconda edizione. L’iniziativa è rivolta ai soci, agli specializzandi, ai medici di altre discipline e agli altri professionisti sanitari. Elena Pattini, dirigente psicoterapeuta della Asl, docente universitaria e insegnante del corso, ricorda che non serve trasformare il medico in uno psicologo, ma è indispensabile acquisire strumenti per comprendere reazioni, paure e aspettative.
«Il segreto della cura del paziente è prendersi cura del paziente», affermava il medico statunitense Francis W. Peabody. Secondo Pattini, le ricerche mostrano che un professionista capace di coltivare la relazione formula diagnosi più accurate e ottiene risposte migliori dai trattamenti. Anche la competenza specialistica, infatti, rischia di non bastare se il paziente percepisce distanza e non sviluppa fiducia.
Capire chi si ha davanti
Il modo di parlare dovrebbe cambiare in base alla persona incontrata. Chi arriva già informato cerca spiegazioni precise e comprensibili; chi vive la malattia soprattutto sul piano emotivo può avere bisogno anche di segnali non verbali, come uno sguardo, un sorriso o un atteggiamento rassicurante. Persino la presenza di fazzoletti nello studio può comunicare che le emozioni sono ammesse.
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Per conoscere davvero le priorità dell’assistito occorre fare domande, non limitarsi a esporre dati clinici. Un medico può considerare positivo prolungare la vita di una persona terminale, mentre quella stessa persona potrebbe desiderare soprattutto di mantenere autonomia e dignità, evitando dolore e immobilità. L’attenzione comincia già in sala d’attesa e passa anche dalla memoria delle informazioni emerse durante gli incontri precedenti: il paziente non dovrebbe diventare semplicemente “il diabetico della 35”.
Quando il tempo mette alla prova
L’empatia non è necessariamente una dote innata: può essere allenata. Guardare l’assistito, usare parole che conosce, lasciare spazio alle domande e accompagnarlo dopo una notizia grave sono comportamenti concreti. Il problema è che, nella medicina di base, una visita dura mediamente 8-9 minuti e il racconto dei sintomi viene interrotto, secondo una ricerca, dopo 22 secondi.
Anche le informazioni trovate in rete fanno ormai parte del colloquio. Liquidare le ricerche del paziente come sciocchezze può rafforzare la distanza; più utile è chiedergli che cosa abbia letto e aiutarlo a distinguere ciò che può essere pertinente. Un rapporto fondato sul rispetto può inoltre ridurre la conflittualità: anche quando si verifica un errore, chi si è sentito seguito e trattato con attenzione può essere meno incline a presentare una denuncia.
Il Pronto soccorso cerca equilibrio
Nei reparti di emergenza la relazione è ancora più difficile. Giorgia Protti, medico internista in Pronto soccorso, descrive ambienti privi di vera privacy, interruzioni continue e tempi vissuti in modo opposto da chi aspetta e da chi lavora. Pazienti e familiari percepiscono attese interminabili, mentre gli operatori affrontano una corsa senza pausa tra diagnosi, decisioni e terapie.
In questa situazione il linguaggio tecnico può aumentare confusione e agitazione. Protti, autrice del romanzo “La giusta distanza dal male”, ha raccontato il problema della misura da trovare davanti alla sofferenza altrui e alla propria. L’anestesia emotiva può sembrare una protezione, ma rischia di cancellare anche la soddisfazione per il bene compiuto: la professionalità, dunque, non elimina l’umanità, ma deve imparare a governarla.
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