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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Van Parijs: il reddito di base non sostituisce il lavoro

L’economista belga chiede più formazione, imposte sulle eredità e un nuovo equilibrio tra salari, capitale e servizi pubblici.

Philippe Van Parijs ha rilanciato a Torino la sua idea di reddito universale: uno strumento per migliorare il lavoro, non per cancellarlo.

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Welfare senza tagliare i servizi

L’economista belga esclude che il reddito di base debba prendere il posto di scuole, ospedali e altri servizi pubblici. A suo avviso, il sostegno economico dovrebbe aggiungersi ai pilastri del welfare, insieme agli investimenti nell’istruzione e nella formazione.

La proposta, quindi, non consiste nel trasferire tutte le risorse verso un assegno individuale. Van Parijs la considera una componente di un sistema più ampio, nel quale le persone possano contare su servizi pubblici solidi e su maggiori possibilità di scelta nel lavoro.


Eredità e disuguaglianze di partenza

Secondo Van Parijs, una parte crescente delle disuguaglianze dipende dal patrimonio ricevuto alla nascita. Alcuni giovani potranno disporre di milioni soltanto perché appartengono alla famiglia giusta, mentre altri dovranno affidarsi esclusivamente allo studio e all’occupazione.

Per ridurre questo divario, l’economista indica diverse possibili basi imponibili: successioni, donazioni, guadagni finanziari e grandi patrimoni. Se la ricchezza deriva sempre più dal capitale e meno dagli stipendi, sostiene, lo Stato sociale non può continuare a finanziarsi soprattutto attraverso le imposte sul lavoro.


La speranza perduta dai giovani

Durante un incontro all’Hotel Victoria di Torino, Van Parijs ha collegato la protesta di molti ragazzi europei alla difficoltà di immaginare una vita migliore. «Per me il problema più profondo è la mancanza di speranza», ha affermato riferendosi a chi studia e lavora senza riuscire a costruire una prospettiva stabile.

L’economista, ospite del Festival Internazionale dell’Economia, ha osservato che la ricchezza accumulata dalle generazioni più anziane passerà ai loro eredi in modo molto diseguale. La tassazione delle grandi successioni, a suo giudizio, non corregge abbastanza questo squilibrio.


Reddito universale e occupazione

Van Parijs non considera il sostegno di base una risposta alla futura scomparsa dell’occupazione. Il lavoro retribuito, ha spiegato, permette di partecipare alla vita sociale, ottenere riconoscimento e sviluppare le proprie competenze.

Un reddito indipendente dallo stipendio potrebbe invece consentire di accettare un impiego a tempo parziale, interrompere temporaneamente la carriera o frequentare corsi brevi. In questo modo, secondo la sua tesi, i lavoratori avrebbero più forza nel negoziare con le imprese e potrebbero rifiutare occupazioni prive di prospettive.


Più formazione durante la vita

L’idea di piena occupazione da rivedere è quella di un percorso identico per tutti: lavoro a tempo pieno dalla fine degli studi fino alla pensione. La distribuzione dell’attività potrebbe cambiare nelle diverse fasi dell’esistenza, lasciando spazio alla cura dei figli, al rientro nella formazione e a periodi di pausa.

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Per accompagnare questa trasformazione non basterebbero percorsi accademici lunghi. Servirebbero anche lezioni della durata di pochi mesi o settimane, così da permettere agli adulti di aggiornare più facilmente le proprie capacità e puntare a occupazioni dotate di maggiore significato.


Scuola e riconoscimento sociale

Van Parijs ha attribuito una parte della rabbia giovanile anche al peggioramento dei risultati scolastici, soprattutto tra i ragazzi. In Europa molti giovani uomini non completano la scuola secondaria e si ritrovano con possibilità economiche ridotte.

La difficoltà, ha osservato, non riguarda soltanto il reddito. Chi non vede un posto per sé nella società può cercare altrove identità e riconoscimento, diventando più esposto ai messaggi di chi sostiene che le istituzioni abbiano dimenticato intere fasce della popolazione.


Il divario per chi ha origini straniere

Per ricucire il rapporto con le istituzioni, l’economista propone di intervenire fin dall’infanzia e non soltanto sulla riqualificazione degli adulti. Tra le priorità indica anche la distanza nei risultati scolastici tra gli studenti di origine immigrata e gli altri, particolarmente evidente in Belgio, Italia, Francia e Germania.

A suo giudizio, politiche linguistiche orientate al multilinguismo potrebbero contribuire a ridurre queste differenze. Scuola, formazione, pensioni, servizi pubblici e reddito di base richiedono però risorse consistenti.


La ricchezza prodotta dagli algoritmi

Il finanziamento del welfare è legato anche all’evoluzione tecnologica. Quando un’attività viene svolta da un dipendente, il suo salario può essere sottoposto a imposta; se la stessa mansione passa a un algoritmo o a un robot, il valore creato tende invece a concentrarsi presso i proprietari della tecnologia.

Van Parijs ha descritto questo processo come un trasferimento progressivo dai salari ai profitti, già visibile in molti Paesi. Per affrontarlo, ritiene necessario ridisegnare il rapporto tra tassazione del lavoro e imposizione sul capitale.


Una risposta oltre i confini nazionali

La mobilità internazionale rende più difficile agire soltanto a livello statale. Il capitale può spostarsi rapidamente, mentre i lavoratori con competenze richieste possono trasferirsi, lavorare a distanza o scegliere un diverso Paese di residenza fiscale.

Per questo, secondo l’economista, il nuovo equilibrio fiscale dovrebbe essere cercato attraverso accordi internazionali. Anche alcuni protagonisti del settore tecnologico, tra cui Mark Zuckerberg e Sam Altman, hanno riconosciuto la necessità di discutere una maggiore tassazione del capitale.

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