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Lifestyle 3 min di lettura14 ott

Un robot molesta una ragazza, ma la violenza resta tutta umana

A Colonia due adolescenti avrebbero telecomandato un umanoide per molestare una sedicenne e diffondere la scena online: il problema non è la macchina, ma chi l’ha usata.

Il robot umanoide non ha scelto la vittima, non ha agito di propria iniziativa e non può essere considerato l’autore della molestia. A Colonia, invece, la responsabilità riconduce a due ragazzi che lo avrebbero utilizzato per aggredire una sedicenne, mentre filmavano la scena e la trasmettevano in rete. La tecnologia, ancora una volta, ha cambiato la forma della violenza senza modificarne l’origine culturale.

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A Colonia il controllo era umano

L’episodio si è verificato nella notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre, davanti a un fast food di Colonia, in Germania. La ragazza si trovava insieme a due amiche quando un sedicenne di Wegberg avrebbe guidato alle sue spalle un robot alto circa un metro e venti, di sua proprietà, comandandolo per palpeggiarla e imitare un rapporto sessuale.

Il diciannovenne che era con lui avrebbe ripreso tutto con il telefono, mandando le immagini in diretta sui social e accompagnandole con commenti. L’allarme è stato lanciato dalle amiche della giovane. I due avrebbero quindi cercato di fuggire, nascondendo l’umanoide nel bagagliaio di un’auto parcheggiata nelle vicinanze, ma la polizia li ha bloccati poco dopo.

Gli agenti hanno sequestrato il robot e i telefoni dei ragazzi. Gli accertamenti dovranno chiarire anche la dinamica precisa dei comandi impartiti alla macchina; intanto il sedicenne risulta indagato per molestie sessuali. La ricostruzione disponibile attribuisce ai due adolescenti il ruolo attivo nell’aggressione, non allo strumento impiegato.


La tecnologia amplifica uno schema antico

Presentare il robot come protagonista dell’accaduto rischia di spostare l’attenzione dal punto centrale: qualcuno ha deciso di colpire una ragazza, qualcun altro ha scelto di riprendere e condividere la scena. Il dispositivo ha reso possibile una modalità inedita, ma non possiede intenzioni, non individua una vittima e non trasforma autonomamente un gesto in una molestia.

Lo stesso meccanismo era emerso nel 2023 ad Almendralejo, in Spagna, dove alcuni ragazzi avevano creato e diffuso immagini false di nudo riguardanti compagne di scuola, senza il loro consenso. In entrambi i casi, il corpo femminile viene trasformato in materiale da esibire davanti a un pubblico, mentre l’approvazione degli altri ragazzi diventa parte della ricompensa.

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La sociologa britannica Liz Kelly, già alla fine degli anni Ottanta, descriveva la violenza sessuale come un continuum: commenti degradanti, sguardi insistenti, molestie, aggressioni e femminicidi rappresentano livelli diversi di un sistema che limita la libertà delle donne e ne definisce il posto nella società. Gli strumenti digitali e automatizzati si inseriscono dentro questa continuità, senza averla creata.


Le parole indicano i responsabili

Telecomandi, telefoni, applicazioni e schermi introducono una distanza tra chi compie la violenza e chi la subisce. Permettono di osservare la reazione della vittima, trasformare l’aggressione in intrattenimento e mostrarla a una platea. Per questo le istituzioni europee riconoscono ormai anche una dimensione digitale della violenza contro le donne, mentre in Italia dal 2019 è punita la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite.

Il diritto prova a inseguire strumenti che si evolvono rapidamente, ma il nodo culturale rimane più arretrato. La tecnologia può cambiare il mezzo, moltiplicare il pubblico e rendere più semplice la circolazione dei contenuti; non elimina però la volontà di chi decide di umiliare, controllare o molestare.

Anche il modo di raccontare questi episodi ha quindi un peso. Dire che “un robot ha molestato una ragazza” cancella gli autori e presenta l’accaduto come un incidente prodotto da una macchina. Individuare invece i ragazzi che l’hanno comandata e filmata significa riconoscere la responsabilità dove si trova: nelle persone e nella cultura che rende la violenza maschile contro le donne ripetibile, condivisibile e spesso normalizzata.

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