337notizie oggi Scopri i vantaggi
Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Tyson, dieci anni senza alcol e cocaina: «Il dolore mi ha cambiato»

Nella serie in quattro episodi l’ex campione dei pesi massimi ripercorre povertà, carcere, lutti, dipendenze e la trasformazione che attribuisce alle sue esperienze più dure.

A sessant’anni, Mike Tyson dice di non voler cancellare nemmeno i capitoli più dolorosi della propria storia. Povertà, arresti, dipendenze, lutti e carcere hanno segnato la sua vita, ma l’ex campione mondiale dei pesi massimi sostiene che proprio quelle cadute lo abbiano aiutato a diventare una persona diversa. Oggi festeggia dieci anni lontano da alcol e cocaina, mentre una nuova docuserie ripercorre il suo cammino dentro e fuori dal ring.

Offerta del giorno20 ottobre

LOOKFANTASTIC

-22% su LOOKFANTASTIC

Scade tra 4 giorni
******


La sobrietà dopo gli anni più bui

Il percorso di Tyson viene raccontato in quattro episodi di TYSON, disponibili su Netflix. Tornare su alcuni ricordi, ammette il pugile, non è semplice: nel corso degli anni sono stati realizzati molti documentari su di lui, ma questa volta il viaggio nel passato riapre ferite ancora sensibili.

Tyson descrive la sua condizione attuale come una forma di «sobrietà californiana»: ha smesso di consumare alcol e cocaina, ma continua a fumare marijuana ed è alla guida di un’azienda attiva nella coltivazione legale della sostanza. «Il passato è passato», afferma, pur riconoscendo che i ricordi restano presenti nella mente.


L’infanzia che cambiò direzione

Prima della gloria arrivarono la miseria e i problemi con la legge. Quando aveva 13 anni, Tyson era già stato arrestato 38 volte per furto. La svolta maturò in un centro di detenzione minorile, dove iniziò ad allenarsi nella boxe e attirò l’attenzione di Cus D’Amato.

L’allenatore lo accolse nella sua casa di Catskill, nello Stato di New York, insieme ad altri giovani pugili, diventando anche il suo tutore legale. Per Tyson quell’incontro significò trovare per la prima volta qualcuno disposto a riconoscerne il valore. D’Amato lo aiutò inoltre a migliorare rapidamente nella lettura: in un mese raggiunse il livello atteso per la sua classe.

Sul ring, l’aggressività che in precedenza lo aveva trascinato nei guai trovò uno sbocco. Il progetto di diventare campione prese il posto della vita criminale che sembrava attenderlo. «Mi ha dato fiducia, carattere e la convinzione di poter riuscire», ricorda Tyson parlando del suo maestro.


Il campione senza protezione

Nel 1986 Tyson conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi WBC a 20 anni, 4 mesi e 22 giorni, diventando il più giovane pugile di sempre a riuscirci. Ma Cus D’Amato morì nel 1985, a 77 anni, proprio mentre il suo allievo cominciava a imporsi sulla scena internazionale.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Dopo quella perdita, Tyson racconta di essersi trovato esposto a persone interessate soprattutto al suo valore economico. Amici, manager e promotori, secondo il suo ricordo, approfittarono della situazione e della sua ricchezza. «Io non ero un essere umano: ero un prodotto», spiega, descrivendo la solitudine vissuta durante l’ascesa.

La sua carriera fu accompagnata da guadagni enormi, ma anche da un successivo tracollo finanziario. Nel frattempo affrontò la morte della madre, quella di D’Amato e la perdita della figlia di quattro anni, oltre alla tormentata relazione con l’attrice Robin Givens.


Le ferite ancora aperte

Il racconto affronta anche le accuse di stupro, sempre respinte da Tyson, e la condanna del 1992, per la quale scontò tre anni di carcere. Nella ricostruzione della sua vita trova spazio anche il periodo di detenzione ricordato nella presentazione della serie, insieme alla dipendenza da alcol e cocaina.

Tra gli episodi più discussi c’è il secondo incontro con Evander Holyfield, nel 1997. Tyson morse per due volte l’orecchio dell’avversario e venne squalificato. A distanza di anni non difende quel gesto: «Mi vergogno ancora», ammette, prendendo le distanze da chi all’epoca lo aveva considerato una provocazione spettacolare.

Nonostante tutto, l’ex pugile afferma di guardare al passato senza rinnegare gli eventi che lo hanno segnato. «Sono grato per tutto il male che mi è successo, perché mi ha reso una persona migliore», sostiene, trasformando la propria biografia in un bilancio fatto di errori, perdite e ripartenze.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere