Sandra Hüller, quattro Oscar nel mirino: il ruolo che può fare storia
Dalla Berlinale a Tom Cruise, l’attrice tedesca attraversa cinema, memoria e identità senza rinunciare al teatro, il luogo che considera più libero e condiviso.
«Non era semplicemente un film con Tom Cruise: alla regia c’era Alejandro González Iñárritu, e questo cambiava tutto». Sandra Hüller racconta così l’ingresso in Digger, commedia nera apocalittica appena arrivata al cinema. Dopo aver lavorato con Ryan Gosling in Project Hail Mary, l’attrice tedesca si è misurata con una produzione di grande dimensione senza abbandonare la cautela che la contraddistingue.
Tra kolossal e piccoli passi
Hüller ammette di non sapere se avrebbe affrontato con la stessa serenità un film della serie Mission Impossible. Il progetto di Iñárritu, invece, le è sembrato accessibile proprio grazie al metodo del regista: non una certezza assoluta, ma la disponibilità a tentare, procedendo gradualmente.
Anche Fatherland, osserva, appare contenuto soltanto in superficie. Il film dura 82 minuti, compresi i titoli di coda, ma nasce da una preparazione intensa, fatta di letture e confronti sul testo. Sul set erano presenti diverse persone esperte dell’opera di Thomas Mann, mentre Hüller ammette con ironia di non conoscerla in modo approfondito.
Il teatro resta il suo centro
Prima che il cinema internazionale la portasse accanto a interpreti come Tom Cruise e Ryan Gosling, Hüller aveva immaginato per sé una carriera quasi esclusivamente teatrale e legata alla Germania. Proprio il palcoscenico, durante gli anni della trasformazione del suo Paese, le ha offerto un ambiente protetto nel quale riflettere insieme agli altri.
«Il teatro è uno spazio sicuro per pensare senza essere giudicati», spiega l’attrice. Il lavoro comincia lontano dagli spettatori, attraverso il confronto tra interpreti e regista, e arriva alla rappresentazione dopo settimane di prove. A differenza del cinema, dove il montaggio affida a nuove figure una parte decisiva delle scelte, il teatro conserva secondo Hüller una dimensione collettiva: ogni componente della compagnia dovrebbe avere lo stesso peso.
Quattro candidature, una possibile storia
Il 2026 potrebbe trasformare la carriera dell’attrice in un caso senza precedenti. Quattro film potrebbero portarle altrettante candidature agli Oscar: Project Hail Mary come interprete non protagonista, mentre Rose e Fatherland concorrerebbero per il riconoscimento alla migliore attrice protagonista. Per Rose, di Markus Schleizer, Hüller ha già ricevuto l’Orso d’oro alla Berlinale; il film non è ancora stato distribuito in Italia.
In Rose interpreta una donna che si presenta come uomo nell’Austria del XVII secolo. In Fatherland veste invece i panni di Erika Mann, figlia dello scrittore tedesco Thomas Mann, interpretato da Hanns Zischler. La quarta possibilità nasce dal successo di Project Hail Mary, produzione che ha incassato 700 milioni di dollari e nella quale recita al fianco di Ryan Gosling.
Il ritorno di Mann nella Germania divisa
Fatherland si concentra sul viaggio compiuto da Thomas Mann nel 1949, quando lo scrittore torna in Germania dopo l’esilio californiano. Il Paese, ormai diviso dall’inizio della Guerra fredda, lo attende per due celebrazioni dedicate a Goethe: una a Francoforte, città natale dell’autore, e l’altra a Weimar, dove morì.
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Mann viene accolto come una figura nazionale, anche per il Nobel ricevuto nel 1929, ma la sua presenza non è sempre accompagnata da entusiasmo sincero. Durante il viaggio arriva inoltre la notizia della morte di Klaus, il figlio ribelle, scomparso per una overdose in circostanze che potrebbero far pensare anche al suicidio. Erika, molto legata al fratello, vive quella perdita in modo diverso dal padre.
Una storia tedesca che riguarda tutti
Il film di Paweł Pawlikowski parte da un episodio secondario nella biografia di Mann per parlare della frattura europea e dei legami tra origine, memoria e destino. Hüller, già interprete della moglie del comandante in La zona d’interesse, respinge però l’idea di scegliere i propri ruoli in base al peso storico degli argomenti.
A suo giudizio, La zona d’interesse ha avuto una funzione quasi catartica. Il passato tedesco resta inevitabile, ma Fatherland affronta anche una questione più ampia: il rapporto con la violenza, con il culto della morte e con le conseguenze che attraversano le generazioni.
Il muro visto dall’altra parte
Hüller aveva 11 anni quando il Muro di Berlino cadde. Per lei quell’evento non coincise soltanto con una svolta geopolitica: segnò anche la conclusione dell’infanzia e l’ingresso improvviso in una realtà completamente nuova.
L’attrice invita inoltre a cambiare punto di osservazione. Chi viveva nella Germania orientale guardava oltre il confine, ma dal suo punto di vista erano gli altri a trovarsi dall’altra parte. Quel passaggio, pur doloroso e inquietante, le ha lasciato una maggiore attenzione verso i cambiamenti improvvisi e verso i piccoli sconvolgimenti dell’esistenza.
La memoria oltre il senso di colpa
Parlando del passato nazionale, Hüller riconosce di aver risposto affermativamente quando le è stato chiesto se provasse un senso di colpa collettivo. Non attribuisce però una responsabilità personale ai tedeschi di oggi: sottolinea piuttosto la necessità di confrontarsi con i crimini commessi da chi ha vissuto e governato il Paese durante la guerra.
Secondo l’attrice, molte tensioni contemporanee affondano le radici in quella violenza, ma la vicenda raccontata in Fatherland non richiede una conoscenza specialistica di Thomas Mann o della storia tedesca. La coproduzione tra Paesi diversi, tra cui Italia e Francia, dimostra per Hüller che il tema può parlare a un pubblico internazionale. Anche il dialogo tra generazioni, o la sua assenza, resta una domanda condivisa ben oltre i confini della Germania.
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