Quando la libido si spegne: le due terapie che aiutano a riaccenderla
Mindfulness e terapia cognitivo-comportamentale hanno migliorato desiderio, eccitazione e soddisfazione sessuale in donne alle prese con stress e pensieri invasivi.
Prima di intraprendere qualsiasi percorso è importante parlarne con il proprio medico: il calo del desiderio può dipendere da cause diverse e richiede una valutazione personale. Solo dopo aver individuato l’origine del problema è possibile scegliere l’intervento più adatto.
Una ricerca precedente aveva già osservato risultati incoraggianti. In quel caso 117 donne con una libido ridotta erano state distribuite tra un gruppo sottoposto al trattamento e uno di confronto: il primo aveva seguito tre incontri da 90 minuti nell’arco di sei settimane, affiancati da esercizi quotidiani di meditazione consapevole a casa. A distanza di sei mesi, le partecipanti avevano riferito miglioramenti in desiderio, eccitazione, lubrificazione e appagamento sessuale.
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Il desiderio non è una prova di adeguatezza
La sessualità femminile continua a essere accompagnata da imbarazzo e silenzi più spesso di quanto accada per quella maschile. Molte donne evitano di affrontare la questione anche all’interno della coppia o durante una visita, sebbene una fase di libido ridotta possa presentarsi almeno una volta nel corso della vita e non rappresenti un indice di inadeguatezza.
Le ragioni possono essere numerose. Stress, ansia, variazioni dell’umore e pensieri insistenti possono interferire con l’eccitazione; per questo, quando il problema è legato soprattutto a questi fattori, il lavoro psicologico può diventare una possibilità da valutare insieme a un professionista.
Due percorsi, risultati misurabili
Il nuovo studio statunitense ha coinvolto 129 donne che segnalavano scarso desiderio e difficoltà a raggiungere l’eccitazione. Dopo un questionario iniziale, le partecipanti sono state assegnate a tre gruppi: il primo ha seguito per 12 settimane sessioni di meditazione consapevole, il secondo un programma di terapia cognitivo-comportamentale, mentre il terzo ha costituito il gruppo di controllo.
Nel percorso basato sulla meditazione, le donne venivano guidate a riportare l’attenzione sul respiro, sulle sensazioni del momento o su gesti semplici svolti lentamente, come camminare o masticare. La terapia cognitivo-comportamentale, invece, puntava a riconoscere e modificare gli schemi mentali distorti collegati alla sessualità. Al termine, i due gruppi trattati hanno mostrato progressi significativi in desiderio, eccitazione, funzionamento e soddisfazione, mentre nel gruppo di controllo non sono emerse variazioni rilevanti; il miglioramento è risultato leggermente più marcato tra chi aveva praticato la meditazione consapevole.
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Stress e pensieri intrusivi sotto esame
Secondo i ricercatori, entrambe le strategie possono aiutare perché favoriscono una condizione di maggiore rilassamento. La meditazione consapevole, in particolare, è stata associata a una riduzione del cortisolo, l’ormone coinvolto nella risposta allo stress, e può aiutare a interrompere il flusso di preoccupazioni che ostacola la concentrazione sulle sensazioni corporee.
Lo stress intenso può inoltre modificare la distribuzione del flusso sanguigno, mentre la meditazione contribuirebbe a riportarla verso una situazione più favorevole anche nell’area genitale. La pratica potrebbe rivelarsi utile pure durante perimenopausa e menopausa, fasi in cui i cambiamenti ormonali possono accompagnarsi a oscillazioni dell’umore e a una diminuzione della libido.
Cambiare idea sul piacere
La terapia cognitivo-comportamentale interviene soprattutto sulle convinzioni rigide e sul senso di fallimento che possono comparire quando il desiderio diminuisce o l’orgasmo non arriva. Tra i pensieri più penalizzanti c’è l’aspettativa che il piacere debba necessariamente derivare dalla sola penetrazione, mentre molte donne hanno bisogno anche della stimolazione del clitoride per raggiungere l’orgasmo.
Quando un modello considerato “giusto” diventa un obiettivo obbligatorio, l’intimità rischia di trasformarsi in una prestazione da valutare. La conseguente ansia può aumentare lo stress e rendere ancora più difficile lasciarsi andare, anche nei momenti di autoerotismo. Il lavoro terapeutico mira quindi a correggere queste aspettative, ridurre il giudizio su di sé e recuperare un rapporto più sereno con il piacere.
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