Primetime, il volto angelico dietro la trappola di Chris Hansen
Il debutto nella finzione di Lance Oppenheim rilegge la parabola televisiva di Chris Hansen con Robert Pattinson e Merritt Wever al centro di un gioco morale ambiguo.
Merritt Wever è il vero punto di forza di Primetime: interpreta una produttrice dalla voce morbida e dall’atteggiamento gelido, capace di muoversi senza scrupoli dentro il meccanismo dello spettacolo. Accanto a lei, Robert Pattinson costruisce un Chris Hansen inquieto e tormentato.
GioiaPura
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Wever domina il gioco televisivo
La produttrice affidata a Wever non viene tratteggiata come una semplice figura di contorno. La sua calma quasi rassicurante contrasta con l’assenza di esitazioni, rendendola una presenza centrale nella riflessione del film sul confine tra denuncia e intrattenimento.
Pattinson, invece, lavora soprattutto sul disagio del personaggio. La sua interpretazione insiste sul lato nervoso di Hansen e sulla tensione di un uomo chiamato a trasformare situazioni sordide in materiale per il pubblico.
Un volto innocente per una storia oscura
Lance Oppenheim sfrutta il contrasto tra l’aspetto rassicurante dell’attore e la materia cupa del racconto. Il viso quasi angelico di Pattinson diventa così lo strumento per rappresentare una figura pubblica impegnata a smascherare presunti predatori, ma inserita in un sistema televisivo tutt’altro che limpido.
Il film prova infatti a mettere sullo stesso piano i predatori e gli operatori dello spettacolo che costruiscono la trappola. L’idea è interessante, ma il parallelismo appare poco solido e non sempre riesce a trasformarsi in una riflessione davvero convincente.
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La trappola che fece discutere
Primetime prende spunto dalla popolarità conquistata da Chris Hansen nei primi anni Duemila con la trasmissione To Catch a Predator. Il programma ricorreva a persone che fingevano di essere adolescenti per attirare uomini sospettati di cercare incontri con minorenni.
Dopo il contatto organizzato, Hansen li affrontava davanti alle telecamere, portando in scena un confronto costruito intorno alle loro presunte intenzioni. Quella formula rese il giornalista una sorta di giustiziere televisivo e trasformò l’indagine in un evento destinato al grande pubblico.
Il debutto di Oppenheim
Per Oppenheim, Primetime rappresenta il passaggio dal documentario alla regia di un film di finzione. Il cast comprende anche Skyler Gisondo, mentre la storia ruota soprattutto attorno al rapporto tra il conduttore e il gruppo che alimenta la macchina dello spettacolo.
L’operazione conserva un tono drammatico e sceglie di osservare tanto la figura di Hansen quanto l’ambiente che ne sostiene la fama. Il risultato, secondo la valutazione riportata, è buono ma non pienamente riuscito: il film ottiene due stelle e mezza su quattro.
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