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Lifestyle 3 min di lettura2 ore fa

Pino Corrias, la domanda che pesa: dov’è la piazza italiana

La protesta nel nostro Paese non è scomparsa, ma resta frammentata e fatica a trasformarsi in una mobilitazione comune.

Il problema, secondo Pino Corrias, non è l’assenza di rabbia sociale, ma l’incapacità di darle una direzione condivisa. La sinistra, mentre si concentra su leadership, alleanze e strategie interne, rischia di lasciare senza risposta bisogni essenziali come casa, scuola, sanità e lavoro.

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La sicurezza non cura il disagio

A occupare quello spazio è soprattutto la destra, con una ricetta fondata sull’ordine pubblico. Di fronte alle tensioni sociali propone più controlli, pene più severe e nuovi provvedimenti repressivi, trasformando il disagio giovanile in un tema di devianza e indicando di volta in volta un responsabile da colpire.

Ma una risposta penale non può sostituire un docente, un medico, un reddito dignitoso o un’abitazione accessibile. Corrias sostiene che la sinistra dovrebbe tornare a leggere le proteste come una risorsa democratica: non per seguirle senza spirito critico, bensì per comprenderle, metterle in relazione e ascoltare ciò che stanno segnalando.


Il filo comune si chiama Welfare

Le mobilitazioni italiane nascono spesso da emergenze diverse, ma affondano le radici nello stesso arretramento dei diritti sociali. Gli studenti hanno montato tende davanti agli atenei per denunciare la scarsità di alloggi, Ultima Generazione ha fermato il traffico per richiamare l’attenzione sul clima, mentre scioperi, occupazioni e vertenze territoriali continuano a moltiplicarsi.

A queste iniziative si sono aggiunte le manifestazioni di centinaia di migliaia di persone contro lo sterminio a Gaza. Il punto, però, è che ogni battaglia tende a rimanere isolata: la questione abitativa non si salda con quella scolastica, la precarietà non dialoga con la sanità pubblica e ciascun gruppo finisce per difendere soltanto il proprio frammento di futuro.


Una protesta che non fa rete

Il concetto capace di unire queste domande è quello di Welfare, inteso come patrimonio collettivo costruito nel Novecento per sottrarre l’esistenza alla sola logica del mercato. Significa poter studiare senza ricchezza familiare, curarsi senza contrarre debiti, vivere in una casa senza versare metà dello stipendio, lavorare con stabilità e affrontare la vecchiaia senza dipendere dai figli.

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Su questi diritti la sinistra ha costruito una parte decisiva della propria identità. Oggi, invece, li difende in modo intermittente, mentre dedica molte energie alle proprie dinamiche interne: primarie, leadership, alleanze e programmi continuamente rimessi in discussione.


Dalla Francia all’Italia, cosa cambia

In altri Paesi una singola vicenda ha saputo diventare il punto di partenza per una protesta più ampia. In Spagna la storia di Maricarmen Abascal, 87 anni, allontanata dall’abitazione in cui aveva vissuto per 70 anni, ha alimentato la mobilitazione contro gli affitti insostenibili e il peso della rendita immobiliare sui salari.

In Germania, invece, la paura per il futuro è stata intercettata dalla destra radicale e indirizzata contro immigrati, classi dirigenti ed Europa. In Francia la scintilla è partita da un liceo di Créteil, dove carenze di insegnanti, supplenti e personale di sostegno si sommavano al degrado degli edifici: dopo dieci giorni, il blocco delle lezioni si era esteso a tutto il Paese.

L’Italia non è priva di conflitti. A mancare, rileva Corrias, è la continuità necessaria per trasformare tante iniziative separate in una rivendicazione generale. La temperatura sociale sale e scende, mentre ogni nuova protesta sembra dover ripartire da capo.

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