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Lifestyle 4 min di lettura30 set

Parlamento senza donne? La legge elettorale apre uno scenario estremo

Elena Bonetti denuncia il possibile crollo della rappresentanza femminile e chiede di correggere il testo prima del voto decisivo alla Camera.

Il prossimo passaggio alla Camera potrebbe decidere molto più della sola formula elettorale. Secondo Elena Bonetti, infatti, l’attuale proposta rischia di ridurre drasticamente la presenza femminile in Parlamento: dal 33% registrato oggi si potrebbe scendere al 15-20%, fino allo scenario limite di nessuna donna eletta.

La presidente di Azione, già ministra delle Pari opportunità, contesta da mesi il testo sostenuto dalla maggioranza e chiede che venga ripristinato un vincolo effettivo di equilibrio tra uomini e donne. Il provvedimento, dopo l’esame degli emendamenti in entrambe le Camere, torna ora a Montecitorio per quella che dovrebbe essere l’ultima lettura.


Il rischio di un Parlamento maschile

Il punto più delicato riguarda i posti iniziali delle liste, quelli che hanno maggiori possibilità di tradursi in un’elezione. Una modifica ha cancellato la precedente ripartizione tra i sessi, fissata tra il 40% e il 60%, lasciando le candidate soprattutto nelle posizioni successive. Per arrivare in Parlamento da quei posti servono però molte preferenze, una condizione particolarmente difficile per le formazioni minori, che in numerosi collegi potrebbero conquistare un solo seggio.

La legge mantiene un rapporto 40-60 nel listone collegato al premio di maggioranza, previsto per la coalizione capace di raggiungere il 42%. In quel caso il premio porterebbe 70 deputati e 35 senatori, con un minimo teorico di 28 donne alla Camera e 14 al Senato. Tuttavia, secondo Bonetti, il testo non impone che siano candidate donne nelle posizioni di vertice: «Puoi avere tutti i capilista uomini, e far correre le donne al secondo posto con le preferenze».

Se nessuna delle due coalizioni principali arrivasse alla soglia del 42%, il premio non scatterebbe. In quella combinazione, avverte l’ex ministra, anche l’ipotesi di un Parlamento senza rappresentanza femminile non sarebbe esclusa. Le stime delle opposizioni, comprese tra il 15% e il 20%, potrebbero quindi risultare persino ottimistiche.


Le promesse non bastano

Giorgia Meloni ha risposto alle critiche assicurando che il centrodestra presenterà candidate. Bonetti non mette in discussione le intenzioni della presidente del Consiglio, ma ritiene insufficiente affidare la parità alla volontà dei singoli partiti. «Perché un principio costituzionale democratico di parità deve essere lasciato alla buona intenzione dei segretari di partito?», ha osservato.

A suo giudizio, la norma finirebbe per trasformare la presenza femminile in uno strumento negoziale utile a salvaguardare le posizioni degli uomini. Da qui la proposta di abbandonare il soprannome Stabilicum e di chiamare la riforma “Macellum”, espressione con cui Bonetti denuncia quello che considera un mercato politico costruito sulla penalizzazione delle donne.

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Preferenze, un vantaggio diseguale

Anche il ricorso alle preferenze, spesso presentato come soluzione più democratica, secondo Bonetti non garantirebbe condizioni di partenza equilibrate. Per ottenere consenso servono denaro, notorietà, relazioni e strutture politiche: risorse che, sostiene, continuano a essere distribuite in modo molto diverso tra uomini e donne.

Il dato sulle assemblee regionali viene indicato come conferma: nei territori dove si vota con le preferenze, le consigliere rappresentano oggi appena il 25%. «Vogliamo dire ancora oggi che solo il 25% meritava quel posto e che gli uomini sono più bravi delle donne a fare politica?», ha dichiarato.

Bonetti richiama anche le due legislature nate con il Rosatellum. Pur con i suoi limiti, quel sistema aveva introdotto alternanza ed equilibrio di genere nelle liste brevi e aveva prodotto il numero più alto di parlamentari donne nella storia della Repubblica. Per questo, sostiene, l’obiettivo avrebbe dovuto essere aumentare quella quota, non rischiare di ridurla o cancellarla.


L’appello alle deputate della maggioranza

La presidente di Azione si rivolge infine alle parlamentari del centrodestra, ricordando che le iniziative sulla parità hanno spesso attraversato gli schieramenti. Tra gli esempi cita la legge Golfo-Mosca sulle quote, approvata durante un governo di destra, e chiede alle esponenti della maggioranza di valutare le conseguenze del loro voto.

Bonetti ritiene che alcune deputate del centrodestra abbiano già manifestato perplessità durante il precedente scrutinio segreto sulle preferenze. Ora il governo potrebbe porre la fiducia, rendendo più difficile modificare il testo, mentre il voto conclusivo resterebbe segreto.

Secondo l’ex ministra, una bocciatura della riforma avrebbe un peso politico rilevante e dimostrerebbe che la rappresentanza femminile non può essere sacrificata senza conseguenze. La partita, dunque, si riapre alla Camera proprio sul passaggio che potrebbe stabilire se il nuovo sistema proteggerà oppure indebolirà la presenza delle donne nelle istituzioni.

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