Obesità, la svolta del 1° ottobre: il corpo non racconta tutta la storia
Una nuova legge riconosce l’obesità come malattia cronica, mentre una campagna richiama l’attenzione sui pregiudizi che ostacolano diagnosi e cure.
Il 1° ottobre 2025 l’obesità è stata riconosciuta per legge come malattia cronica: si tratta della prima norma al mondo di questo tipo. La decisione arriva in un Paese dove, secondo gli ultimi dati ISTAT, il 46,4% degli adulti presenta un eccesso di peso: il 34,8% è in sovrappeso e l’11,6% vive con obesità, pari a 5 milioni 750mila persone.
Il nuovo riconoscimento rappresenta un passaggio rilevante per la sanità pubblica, anche alla luce dell’aumento dei casi e delle complicanze associate. Ma la classificazione clinica non basta a cancellare i luoghi comuni: il modo in cui si guarda a un corpo continua spesso a influenzare il modo in cui viene ascoltata la persona.
Il peso non spiega ogni storia
Obesità e disturbi alimentari appartengono a quadri clinici differenti. Cambiano le origini, i percorsi terapeutici e l’esperienza individuale; confonderli significa semplificare problemi complessi e rischiare di indirizzare tardi chi avrebbe bisogno di assistenza.
L’obesità è una patologia cronica, progressiva, non trasmissibile e soggetta a possibili ricadute. Deriva dall’interazione di elementi genetici, ambientali e psicosociali e comporta un accumulo eccessivo di tessuto adiposo, valutato anche in base alla quantità e alla sua distribuzione nell’organismo.
Quando il giudizio diventa una barriera
I disturbi alimentari sono invece condizioni psichiatriche nelle quali il rapporto con cibo, peso e immagine corporea subisce un’alterazione persistente. Le conseguenze possono compromettere sia la salute fisica sia la vita sociale e psicologica; alla loro origine concorrono fattori biologici, psicologici e sociali, spesso insieme ad ansia, depressione o disturbo ossessivo-compulsivo.
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Non si tratta, dunque, di semplici abitudini o di scelte passeggere. Il pregiudizio può però accomunare persone e patologie diverse, alimentando vergogna e timore di essere trattati con superficialità. Anche in ambito sanitario la paura di ricevere giudizi o cure non adeguate può spingere a rimandare la richiesta di aiuto, con diagnosi più tardive e condizioni di salute peggiori.
La campagna contro le apparenze
A richiamare l’attenzione sul tema è “Apparenze. Non confondere ciò che vedi in ciò che vivo”, campagna digitale ideata da Animenta con il contributo non condizionato di Lilly. Il progetto invita a non usare peso, forma fisica o abbigliamento come scorciatoie per interpretare la salute di una persona.
Uno dei messaggi sottolinea inoltre come la magrezza, nella cultura contemporanea, sia stata associata non soltanto all’estetica, ma anche a controllo, valore e potere. Il Congresso Nazionale AIDAP sulla conoscenza e sul trattamento dei disturbi dell’alimentazione e dell’obesità, nel 2024, ha evidenziato il ruolo dello stigma nel ritardare l’accesso alle cure: dietro l’aspetto visibile possono esserci percorsi e bisogni molto diversi.
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