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Lifestyle 3 min di lettura4 ore fa

Mina, Palermo e una band mutata: il lato oscuro di Dopamine Chamber

Mina ascoltata senza sosta, una cabina vocale improvvisata a Palermo e un paesaggio mentale costruito tra Vienna e Venezia: Dopamine Chamber nasce da un percorso lontano dai consueti confini dei Fontaines D.C.

Mina ascoltata senza sosta, una cabina vocale improvvisata a Palermo e un paesaggio mentale costruito tra Vienna e Venezia: Dopamine Chamber nasce da un percorso lontano dai consueti confini dei Fontaines D.C. Il quinto album della band irlandese, pubblicato venerdì 16 ottobre da XL Recordings, porta avanti la svolta iniziata con Romance e la spinge verso una forma ancora più artificiale, inquieta e seducente.

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L’Italia diventa un paesaggio mentale

L’elemento italiano non emerge tanto attraverso citazioni esplicite, quanto come atmosfera diffusa. Chatten ha attraversato Vienna, Venezia e Palermo mentre definiva le immagini e le storie del disco; proprio in Sicilia, insieme a James Ford, ha inciso parte delle voci all’interno di uno spazio ricavato con materassi e cuscini.

Il legame con Palermo affiora in modo concreto in One Man, che include i suoni di alcuni bambini intenti a giocare a pallone nei pressi della Cattedrale. Marianne, invece, uno dei brani centrali dell’album, guarda alla serie televisiva Ripley e condensa il gusto per una bellezza elegante, ambigua e già attraversata dalla decadenza.

Durante la lavorazione, Chatten ha studiato con attenzione Mina. Nei suoi arrangiamenti ampi e soprattutto nella voce lasciata libera da elaborazioni ha riconosciuto una qualità profondamente umana, utile per creare un contrappeso alla componente elettronica e distopica del progetto.


Una calma pronta a spezzarsi

Il disco accoglie l’ascoltatore con Six Shot Morning, costruita su timbri che evocano la fantascienza e introducono lentamente l’ambiente decadente destinato a tornare lungo tutta la scaletta. L’impressione iniziale è quella di un abbandono tranquillo, ma l’equilibrio viene spesso alterato da accelerazioni, rumori improvvisi o cambi di consistenza.

La dinamica si ripete in molte tracce: una sensazione viene prima stabilita, poi deformata fino a diventare altro. Lo stesso Chatten ha presentato l’album come uno spazio in cui entrare e sottoporsi a stimoli capaci di modificare percezioni e umore. Rispetto a Romance, definito «per il 60 per cento umano e per il 40 per cento corrotto dall’automazione», il nuovo lavoro porta secondo lui il rapporto quasi a capovolgersi.

Anche Where Is Gone?, il duetto orchestrale con Rosalía, si fonda sulla frizione tra splendore e deterioramento. Era il brano più atteso del disco e mantiene quella promessa attraverso un incontro vocale che amplifica la tensione emotiva dell’intero progetto.

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I Fontaines D.C. cambiano metodo

La genesi di Dopamine Chamber sembra distante dal modello della band riunita in sala prove per trovare insieme un riff. Carlos O’Connell, Tom Coll e Conor Curley hanno usato il lavoro da discoteca e la manipolazione elettronica come strumenti per allontanarsi dal linguaggio abituale del gruppo.

Coll ha affiancato alle percussioni suoni provenienti da macchine ritmiche degli anni Ottanta e dell’epoca sovietica. In diversi casi, le canzoni sono state impostate con sintetizzatori e campioni prima dell’aggiunta degli strumenti tradizionali. Tongue nasce proprio da questo procedimento: il basso è stato ottenuto alterando la velocità del nastro con una tecnica ispirata a Prince.

Il risultato conferma una trasformazione già evidente in Romance. Le radici post-punk non scompaiono, ma vengono sommerse da chitarre più deformate, elettronica e strutture meno prevedibili, fino a definire un’identità nuova per una band ormai capace di parlare a un pubblico molto ampio.


La malinconia diventa rifugio

L’immaginario raggiunge un altro punto significativo con Intimate, traccia conclusiva che mette in scena una festa raffinata solo in apparenza. Le figure presenti si fanno via via più miserabili, mentre l’ambiente circostante sembra destinato a sprofondare: un quadro che richiama l’ossessione di Chatten per Venezia durante la scrittura.

Dopamine Chamber non offre una fuga luminosa dalla realtà. Piuttosto, trasforma fragilità, tristezza e paura in sensazioni quasi distensive, come se la musica riuscisse a rendere sopportabile anche il paesaggio più cupo.

Quella evocata dal titolo non è quindi una stanza da cui uscire dopo una breve permanenza. È un passaggio sospeso, un corridoio sonoro che attraversa il presente e conduce verso un futuro inquietante, lasciando l’ascoltatore forse più disposto a guardarlo in faccia.

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