Mia Wasikowska, il dubbio di Sarajevo: chi può raccontare il dolore
Nel film Agata la scrittrice, l’attrice australiana di origini polacche affronta il tema della responsabilità di chi narra guerre e traumi mai vissuti in prima persona.
Il punto più delicato di Agata la scrittrice arriva quando la protagonista guarda l’obiettivo per venti minuti e legge l’inizio del romanzo che sta componendo. È una scelta radicale del regista Kuba Dorabialski, ma anche il cuore del film: fino a dove può spingersi un’artista quando decide di raccontare una sofferenza che non le appartiene direttamente?
Mia Wasikowska interpreta una scrittrice australiana di origine polacca che raggiunge Sarajevo per lavorare a un libro sull’assedio subito dalla città tra il 1992 e il 1996. Il progetto cinematografico, presentato alle ultime Giornate degli autori di Venezia, intreccia la riflessione sull’arte con la storia familiare dell’attrice e del regista, entrambi legati alla Polonia da una vicenda migratoria.
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Il film nasce da una domanda scomoda
Nel racconto, Agata raccoglie testimonianze e prova a ricostruire il passato di Sarajevo. L’incontro con Jasmina, artista del luogo che dovrebbe sostenerla nel lavoro, mette però in crisi il suo progetto: molti abitanti sono stanchi di vedere la propria tragedia trasformata in materia narrativa e non comprendono perché una donna estranea a quella guerra voglia occuparsene.
L’assedio, durato quattro anni, provocò circa 11mila morti e 50mila feriti. Il film non si limita a rievocare quei numeri, ma osserva il disagio di chi cerca una forma per parlare del dolore altrui. Wasikowska considera centrale l’intenzione di comprendere le persone e sostiene che, nonostante le differenze culturali e identitarie, gli esseri umani «siano più simili che diversi».
L’attrice ritiene quindi necessario mantenere rispetto per chi si chiede chi abbia il diritto di parlare di una determinata esperienza. Allo stesso tempo, difende la possibilità di avvicinarsi alle storie degli altri con attenzione, senza trasformare le distanze storiche e geografiche in un divieto assoluto.
Le radici tra Polonia e Australia
Il conflitto interiore di Agata richiama quello vissuto dalla stessa Wasikowska. Sua madre e sua nonna lasciarono la Polonia per trasferirsi in Australia; il legame con il Paese d’origine, racconta, non è mai venuto meno. L’attrice ha compiuto diversi viaggi in Polonia insieme alla famiglia e di recente ha riportato la nonna a Poznań, la città in cui era cresciuta e dove si trovava anche durante la guerra.
A Poznań vivono ancora alcuni parenti, circostanza che per Wasikowska rende visibile una possibile versione alternativa della propria esistenza: quella che avrebbe avuto se la sua famiglia non fosse emigrata. La distanza tra Australia ed Europa, però, ha alimentato anche una percezione semplificata delle origini. Da lontano, incontrare un’altra persona slava può dare l’impressione di condividere immediatamente la stessa identità; una volta arrivati in Europa, le differenze tra i popoli slavi diventano molto più evidenti.
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Secondo l’attrice, proprio questo scarto attraversa il personaggio di Agata. La Bosnia e la Polonia appartengono entrambe al mondo slavo, ma rappresentano realtà storiche e culturali molto lontane. Wasikowska riprende inoltre la riflessione del regista sul modo in cui l’idea di Europa orientale sia stata costruita soprattutto dallo sguardo occidentale: «È l’Occidente a definire l’Oriente».
Una carriera oltre i grandi set
Il percorso professionale di Wasikowska comprende produzioni molto diverse. Il pubblico l’ha conosciuta anche attraverso Alice nel Paese delle Meraviglie di Tim Burton, mentre tra i lavori più drammatici figura Jane Eyre. Negli ultimi anni ha scelto soprattutto opere d’autore, tra cui Club Zero di Jessica Hausner e Stoker di Park Chan-wook.
Per Agata la scrittrice ha accettato una prova particolarmente esposta: restare davanti alla macchina da presa per venti minuti nella sequenza conclusiva, leggendo il testo scritto dalla protagonista. L’attrice, che ha partecipato al film anche come produttrice esecutiva, ha apprezzato la libertà di un’opera costruita fuori dagli schemi narrativi consueti.
Wasikowska descrive i suoi personaggi come possibili variazioni di sé. Spesso interpreta figure che mostrano poco all’esterno, mentre affrontano conflitti molto intensi nella dimensione interiore. La spiegazione, dice, potrebbe essere semplice: anche lei tende a vivere molte esperienze soprattutto dentro di sé.
Hollywood non è mai stata casa sua
L’attrice respinge però l’idea di aver abbandonato Hollywood. Non vi si è mai trasferita: ha sempre abitato in Australia e negli Stati Uniti si è recata soltanto per motivi di lavoro. La sua priorità resta la vita quotidiana accanto alla sorella, ai nipoti, al fratello e agli amici.
Wasikowska considera l’industria cinematografica americana una realtà molto chiusa, capace di far dimenticare tutto ciò che esiste al di fuori dei film. Lei, invece, mantiene rapporti con persone che svolgono professioni lontane dallo spettacolo, come un’infermiera o un’assistente sociale. Non cerca una carriera smisurata e non vuole ridurre la propria identità al mestiere che esercita: «Non vivo di solo cinema».
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