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Melania Rea, la serie ripercorre il delitto e la condanna

La produzione ricostruisce l'omicidio del 2011, le indagini, i processi e gli anni di detenzione dell'ex caporalmaggiore.

La serie Melania Rea, disponibile da oggi su Hbo Max, ricostruisce l'omicidio di Carmela Rea e il processo a Salvatore Parolisi.

La pena definitiva dell'ex caporalmaggiore è di 20 anni e, grazie agli sconti previsti per la buona condotta e il percorso rieducativo, dovrebbe terminare nel luglio 2027.

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La figlia e gli ultimi anni

Vittoria aveva 18 mesi quando sua madre è stata uccisa. La bambina è cresciuta con i nonni e lo zio materni, senza rapporti con il padre; con il tempo ha scelto di portare il cognome Rea.

Nel luglio 2023 Parolisi, dopo circa dodici anni trascorsi in carcere, ha ottenuto un permesso premio. In occasione della sua prima uscita pubblica ha continuato a dichiararsi estraneo all'omicidio, pur riconoscendo i tradimenti. Le sue parole hanno provocato la protesta dei parenti di Melania e il Tribunale di sorveglianza ha revocato i permessi.


Quel pomeriggio di aprile

Il 18 aprile 2011 Melania è scomparsa durante una giornata trascorsa con il marito e la figlia nella zona di Colle San Marco, ad Ascoli Piceno. Parolisi ha riferito di essere rimasto vicino all'altalena con la bambina mentre la moglie si allontanava.

Alle 15.46 dal bar Cacciatore è partita una chiamata al 112. La proprietaria del locale ha segnalato l'assenza della donna e ha lasciato parlare il marito, che ha detto di non sapere dove fosse finita dopo il suo allontanamento.

Le ricerche sono iniziate subito. Due giorni più tardi, una telefonata anonima ha indicato la presenza di una persona morta vicino a un chiosco, nel bosco delle Casermette, a Ripe di Civitella, in provincia di Teramo.

Il corpo era quello di Melania, trovato a diversi chilometri dal punto indicato dal marito. Gli investigatori hanno rilevato gli abiti scomposti, numerose lesioni, una siringa inserita nella zona del torace e 35 ferite provocate da coltello. Sul cadavere erano presenti anche segni e incisioni che, nelle prime fasi, hanno reso più complessa la lettura del delitto.


I sospetti sul marito

La distanza fra i due luoghi, gli spostamenti della famiglia e le testimonianze raccolte hanno fatto emergere dubbi sulla versione fornita da Parolisi. Gli inquirenti hanno progressivamente abbandonato l'ipotesi di un'aggressione casuale compiuta da una persona sconosciuta.

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Le indagini hanno inoltre portato alla luce la relazione dell'uomo con Ludovica Perrone, una giovane soldatessa conosciuta nell'ambiente militare di Ascoli Piceno. I messaggi scambiati tra i due hanno mostrato un rapporto stabile, accompagnato da promesse e piani per il futuro.

Parolisi aveva fatto credere all'amante che il matrimonio fosse ormai concluso e che avesse già discusso della separazione con Melania. La donna, però, sapeva dell'infedeltà e i tradimenti avevano alimentato i contrasti nella coppia.

Contraddizioni, intercettazioni e condotte successive alla morte hanno rafforzato l'attenzione degli investigatori sul marito. Anche la siringa e i segni sul corpo sono stati valutati nell'ipotesi di una messinscena destinata a sviare le indagini.


Arresto e sentenza definitiva

Il 21 giugno 2011 Parolisi è stato formalmente coinvolto nell'inchiesta per omicidio volontario aggravato. Il 19 luglio è stato arrestato, tre mesi dopo il ritrovamento del corpo, con l'accusa di avere ucciso la moglie nella zona di Ripe di Civitella. La presenza della figlia durante quei giorni ha aggravato il dolore dei parenti di Melania.

L'uomo ha sempre respinto l'accusa. Il 26 ottobre 2012 la Corte d'assise di Teramo gli ha inflitto l'ergastolo, ma nel settembre 2013 la Corte d'appello ha ridotto la pena a 30 anni.

Nel febbraio 2015 la Cassazione ha confermato la responsabilità di Parolisi, eliminando però l'aggravante della crudeltà e chiedendo alla Corte d'appello di Perugia una nuova quantificazione della pena. Secondo i giudici, Melania è stata uccisa durante una reazione d'ira successiva a un confronto con il marito sulla sua infedeltà, senza una premeditazione.

Il 27 maggio 2015 la Corte d'assise d'appello di Perugia ha fissato la condanna a 20 anni, senza riconoscere le attenuanti generiche. La Cassazione ha reso definitiva la decisione il 13 giugno 2016.

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