16.000Lettori online ora
Lifestyle 3 min di lettura29 set

Maila Micheli e l’infanzia spezzata: «Mia madre non mi proteggeva

A trent’anni Maila Micheli racconta nel suo memoir gli anni di manipolazioni, violenze psicologiche e sfruttamento subiti durante l’adolescenza.

Per anni Maila Micheli ha cercato di convivere con una domanda senza risposta: una madre resta tale anche quando non offre protezione, cura e sicurezza? Oggi, a trent’anni, ha trasformato quel dubbio in un libro, La mamma è sempre la mamma? Storia di un’infanzia manipolata, pubblicato da Sperling & Kupfer dal 29 settembre. Nel memoir ripercorre una crescita segnata dal controllo materno, dal silenzio e da una forma di sfruttamento iniziata quando aveva 16 anni.

La scrittura, racconta, le ha permesso prima di raccogliere le prove necessarie alla denuncia e poi di rimettere in ordine una memoria fatta di ricordi nitidi e altri riaffiorati soltanto nel tempo. Tra le figure che associa alla propria salvezza c’è Vicky, un Dobermann che in un momento decisivo le prese la mano e che Maila considera una delle ragioni per cui oggi può raccontare la sua storia.


Una domanda senza risposta unica

Il titolo del libro nasce dalla difficoltà di separare il legame biologico dall’idea di una madre capace di accudire. «Mia mamma è mia mamma, però non è stata una mamma nel senso della cura», spiega Maila, sottolineando come ciascun lettore possa interpretare quella domanda in modo diverso, anche in rapporto alla propria esperienza.

La prima frattura risale a quando aveva circa dieci anni. La madre le mostrò una fotografia intima di un uomo e la bambina avvertì che qualcosa non andava, senza riuscire a darle un nome. Allo stesso tempo, era convinta di dover difendere quella donna a ogni costo: dubitare di lei avrebbe significato perdere la propria figura di riferimento.

Il dolore, precisa, non passava necessariamente attraverso le percosse. Era fatto soprattutto di esclusione e imprevedibilità: la madre poteva ignorarla, non risponderle o lasciarla senza mangiare, costringendola a interpretare ogni sguardo per capire quale errore avesse commesso. «Vivevo costantemente in uno stato di allerta», ricorda, perché non sapeva mai quale comportamento avrebbe fatto scattare una nuova punizione.


A sedici anni la svolta drammatica

Il passaggio più traumatico arrivò durante l’adolescenza. A 16 anni la madre la invitò a prendere un gelato, un gesto insolito che Maila accolse con entusiasmo. Poco dopo, però, la portò in un ufficio vicino alla gelateria e le ordinò di scrivere un annuncio per incontri a pagamento, dopo averle parlato più volte dei guadagni legati alla prostituzione.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Quella sera non tornarono a casa. Maila sperava ancora che si trattasse di una prova crudele e che la madre non l’avrebbe davvero mandata da uno sconosciuto. Cercò di convincerla a sostituirla, ma la donna rifiutò sostenendo di essere troppo vecchia, grassa e poco attraente per ricevere richieste. La lasciò quindi sul posto e se ne andò.

Dopo i primi episodi con uomini sconosciuti, la situazione proseguì per alcuni mesi e poi coinvolse un conoscente della madre. Secondo il racconto di Maila, quell’uomo conosceva la sua età e continuò a presentarsi ogni lunedì per due anni, pagando 400 euro a incontro. Per la madre, quella somma rappresentava un’entrata stabile e la consapevolezza della complicità dell’uomo rendeva meno probabile che la vicenda venisse scoperta.


Scrivere per tornare a vivere

Per un periodo la scrittura fu legata soprattutto alla denuncia. Maila annotava episodi e informazioni utili alle indagini, vivendo quelle pagine quasi come un incubo. In seguito, grazie alla terapia e a un percorso di rielaborazione, ha cominciato a trasformare gli appunti in un racconto organico della propria vita.

Da bambina scriveva poesie e pensieri personali, considerandoli una sorta di rifugio. Dopo essere andata via di casa ha ripreso quell’abitudine, prima per registrare emozioni e avvenimenti quotidiani, poi per affrontare la propria storia. Il memoir nasce così dal tentativo di ricomporre esperienze a lungo rimaste sospese tra la consapevolezza di ciò che era accaduto e il bisogno di convincersi che fosse soltanto un incubo.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere