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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Lorenzo Quinn porta a Roma le mani dell’empatia

La mostra alla Teldil Art Gallery presenta Mater Roma e riflette sul rapporto tra creatività, tecnologia e relazioni umane

La mostra romana di Lorenzo Quinn è aperta fino al 9 gennaio 2027. Il percorso, allestito alla Teldil Art Gallery, presenta opere dedicate all’empatia, alla solidarietà e al rapporto tra persone.

L’artista richiama il racconto dell’astronauta Buzz Aldrin sulla Terra osservata dallo spazio: da quella distanza, secondo la sua testimonianza, confini e separazioni perdono significato e l’umanità appare come una realtà unica, fragile e preziosa. È proprio questa dimensione comune, contrapposta alla tendenza terrestre a creare divisioni, a sostenere il messaggio della mostra.

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L’idea dietro la mostra

Quinn ha spiegato che il progetto nasce dall’amore e dall’empatia, valori che considera sempre più necessari in una fase segnata da conflitti e contrapposizioni. Le sculture cercano così di riportare l’attenzione sul contatto umano e sulla capacità di prendersi cura degli altri.

La scelta delle mani risponde alla stessa esigenza. «Le mani possiedono un linguaggio universale», ha detto l’artista, ricordando che attraverso di esse si possono esprimere protezione, aiuto, affetto e solidarietà. In una scultura, ha aggiunto, una mano non identifica una razza o una categoria: rappresenta l’essere umano.


Mater Roma e il legame con la città

Al centro dell’esposizione c’è Mater Roma, lavoro realizzato appositamente per la Capitale. L’opera raffigura una lupa racchiusa da mani protettive e propone l’immagine di una città fondata sull’accoglienza, più che sulla violenza.

Quinn ha completato la scultura meno di un mese prima dell’intervista, lavorando tra Carrara e Pietrasanta. La lupa è stata scelta perché considerata il simbolo più riconoscibile per i romani; durante un incontro con Roberto Gualtieri, l’artista ha inoltre notato nel suo ufficio una statua della lupa, legata all’originale conservato in Campidoglio.

Nato a Roma sessant’anni fa, Quinn oggi vive tra Abu Dhabi e la Grecia e sta valutando di stabilirsi per una parte dell’anno a Pietrasanta. Pur non risiedendo più nella Capitale, sostiene di non essersene mai veramente allontanato: Roma, ha spiegato, rimane nella memoria e continua ad accompagnare chi ci è nato.


Dalle grandi mani ai simboli pubblici

La ricerca di Quinn si misura con la tradizione scultorea italiana, soprattutto con quella romana. L’artista ha ricordato l’impressione provata davanti alle opere di Bernini e il confronto inevitabile con i maestri del passato, formatisi spesso fin da giovanissimi nelle botteghe.

Rispetto al Rinascimento, oggi la tecnica si è trasformata e, secondo Quinn, qualcosa della maestria di allora può essersi indebolito. Le sue opere pubbliche puntano però sulla comunicazione immediata: devono essere comprensibili anche a chi non frequenta musei e gallerie, attraverso immagini e simboli capaci di parlare a un pubblico ampio.

A Venezia questa ricerca è rappresentata da Building Bridges, installazione composta da sei coppie di mani alte 15 metri e larghe 20, esposta dal 2019 ai Bacini di Carenaggio dell’Arsenale Nord. Nel 2017, invece, Support mostrava due grandi mani bianche affiorare dal Canal Grande per sostenere idealmente Ca’ Sagredo.

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Tecnologia e immaginazione

Il percorso romano affronta anche il rapporto tra creatività e strumenti tecnologici. Quinn ritiene che Leonardo da Vinci avrebbe accolto con entusiasmo le possibilità offerte dalla tecnologia, ma ne avrebbe difeso l’uso come sostegno alla fantasia, non come suo rimpiazzo.

Il rischio maggiore, per lo scultore, è rinunciare a sviluppare le proprie capacità. La tecnologia può amplificare ciò che una persona sa fare, mentre diventa un limite quando viene utilizzata per evitare impegno e apprendimento.

Quinn ha collegato questa riflessione alla cultura dell’immediatezza diffusa tra i più giovani anche attraverso TikTok. L’arte, al contrario, richiede pratica, costanza e attese: il suo percorso dura da quarant’anni e non è stato costruito su risultati improvvisi.


Il cinema e la scelta della scultura

Prima di dedicarsi all’arte, Quinn ha provato diverse forme espressive: pittura, disegno, scrittura, canto e recitazione. Ha lavorato anche nel cinema, interpretando tra gli altri Salvador Dalí, figura che ammirava e dalla quale inizialmente aveva tratto una forte ispirazione surrealista.

Proprio quel ruolo lo avrebbe spinto a cercare una direzione autonoma. Rendendosi conto dell’irripetibilità di Dalí, l’artista decise di abbandonare quell’influenza e di costruire un linguaggio personale.

Il cinema era anche il mondo del padre Anthony Quinn, che lavorò tra Hollywood e Cinecittà e lì conobbe la costumista italiana Jolanda Addolori. Padre e figlio recitarono insieme in alcune produzioni, tra cui il film su Antonio Stradivari diretto da Giacomo Battiato: Anthony Quinn interpretava il liutaio adulto, mentre Lorenzo ne vestiva i panni da giovane.

Nel 1992 Lorenzo Quinn lasciò il cinema per concentrarsi interamente sulla scultura. Di recente è tornato brevemente sul set per una parte nel film Un weekend da bamboccioni, girato da Adam Sandler in Sardegna e prodotto da Netflix. I due si conoscevano dai tempi della scuola di recitazione a New York.

Anthony Quinn seguiva con orgoglio il lavoro del figlio, soprattutto per il metodo adottato. Lorenzo parte da un testo o da una riflessione e solo in seguito passa alla realizzazione: ogni opera deve quindi trasmettere un’idea e non limitarsi alla ricerca estetica.

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