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Lifestyle 3 min di lettura4 giorni fa

Longevità, la svolta non è vivere 120 anni: ecco da dove si parte

Nicola Marino spiega perché la medicina del futuro punta a guadagnare salute, non solo tempo, e perché già tra i 45 e i 50 anni conviene intervenire sulle traiettorie dell’invecchiamento.

Per Nicola Marino il passaggio decisivo non è arrivare a un’età record, ma evitare che gli anni in più si trasformino in fragilità. Il medico indica nei 45-50 anni il momento giusto per iniziare a ragionare su come invecchieremo, con l’obiettivo di conservare autonomia, lucidità e capacità fisiche il più a lungo possibile.


Perché il tempo da solo non basta

L’idea di fondo è semplice: vivere più a lungo non coincide automaticamente con un’esistenza più sana. Marino insiste sul fatto che la medicina debba puntare a ridurre il periodo segnato da disabilità, malattie e perdita di autonomia, non soltanto ad allungare la vita anagrafica.

Il tema colpisce in modo particolare le donne, che in media vivono più degli uomini ma trascorrono anche più anni con limitazioni funzionali. Da qui nasce la distinzione tra lifespan, cioè la durata complessiva della vita, e healthspan, ossia il tempo trascorso in buone condizioni di salute.


Il paper che porta il tema nel Servizio

Su questo impianto si basa il lavoro Toward integration of healthspan strategies into the Italian National Health Service, uscito su Aging e firmato da Nicola Marino, fondatore e direttore di AEON Foundation, insieme a Matteo Fiore e a un gruppo internazionale di ricercatori. Nel team figurano, tra gli altri, studiosi di Stanford University, University of Miami, CNR, ERIBA e National Institute on Aging.

L’obiettivo del paper non è proporre una scorciatoia miracolosa, ma indicare un percorso per portare in modo graduale le conoscenze sulla longevità dentro la pratica medica e il Servizio Sanitario Nazionale. Il criterio guida è molto netto: adottare solo ciò che dimostra davvero un vantaggio per la salute.


Niente scorciatoie né slogan

Marino mette in guardia da molte semplificazioni che oggi circondano il settore. Per lui la medicina della longevità non coincide con la promessa di arrivare a 120 anni, né con l’uso indiscriminato di test, integratori o terapie sperimentali.

Si tratta piuttosto di ripensare la prevenzione. L’idea è intervenire prima che compaiano fragilità, diabete o patologie cardiovascolari, agendo sulle traiettorie dell’invecchiamento fin da giovani adulti e cercando di preservare a lungo le funzioni fisiche e cognitive.

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Biomarcatori, wearable e intelligenza artificiale

Il paper richiama diversi strumenti su cui la ricerca sta lavorando: biomarcatori dell’età biologica, dispositivi indossabili, intelligenza artificiale, nuovi modelli di sperimentazione clinica e formazione degli operatori sanitari. Ma il messaggio resta prudente: innovazione non significa per forza utilità clinica.

I biomarcatori servono a capire come sta invecchiando l’organismo oltre la semplice età anagrafica, mentre i wearable raccolgono dati nel tempo su attività fisica e altri parametri. Molte di queste tecnologie, però, sono ancora in fase di studio e devono dimostrare un impatto reale sulla salute delle persone.


Dal controllo annuale a una traiettoria continua

Secondo Marino, il cambiamento più importante sarà anche culturale. La salute non va letta come una singola immagine scattata una volta l’anno, ma come una traiettoria che si modifica nel tempo.

In questa prospettiva, esami del sangue, parametri molecolari e dati raccolti da smartwatch o fitness tracker potrebbero essere letti insieme per costruire un quadro più dinamico e personalizzato. L’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a cogliere collegamenti che sfuggono all’osservazione tradizionale, purché produca informazioni più utili e non solo una massa maggiore di dati.


A 45 o 50 anni non è troppo

Marino torna infine su un punto pratico: anche chi oggi sta bene e si sente lontano dalla vecchiaia non dovrebbe aspettare troppo per occuparsi del proprio futuro biologico. A 45 o 50 anni, sostiene, iniziare a ragionare su prevenzione e traiettorie dell’invecchiamento è già una scelta sensata.

Nel suo schema, il vero obiettivo non è accumulare anni in più a qualunque costo, ma renderli il più possibile compatibili con autonomia, capacità cognitive e qualità della vita.

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