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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Longevità, il cervello si allena: due esercizi per restare lucidi

Attenzione, sonno, movimento e alimentazione possono incidere sull’età biologica: ecco le pratiche indicate dagli esperti per proteggere corpo e mente nel tempo.

La salute mentale non si conserva soltanto affidandosi alla memoria: attenzione, concentrazione e capacità di recuperare ciò che si è imparato sono abilità da esercitare. Walter Di Francesco, esperto di neuroplasticità, propone due attività quotidiane semplici, pensate per mantenere allenata la mente.

Per un minuto si può osservare esclusivamente il respiro, seguendo l’aria che passa dal naso oppure il movimento dell’addome. Quando arrivano altri pensieri o rumori, non bisogna reagire con irritazione: riconoscere la distrazione e riportare l’attenzione al respiro aiuta a gestire meglio le interruzioni della giornata.

Il secondo esercizio consiste nello scegliere ogni giorno un contenuto nuovo, come una nozione scientifica, una frase in un’altra lingua o un breve passaggio musicale. Dopo tre minuti di studio, la fonte va chiusa e ciò che si ricorda deve essere ricostruito a voce alta per un paio di minuti; il giorno successivo si riparte da un nuovo argomento, ripassando prima quello precedente.


La mente non vive di sola memoria

Secondo Di Francesco, l’eccesso di stimoli rende più difficile fermarsi su un compito e mantenere il filo dell’attenzione. L’allenamento al recupero attivo delle informazioni, invece, sostiene la memoria a lungo termine, la flessibilità mentale e la capacità di sintetizzare.

Il principio vale anche per la concentrazione: «Il vero segreto della longevità cerebrale è accorgersi della distrazione e rientrare nel solco», spiega l’esperto. In questo modo l’esercizio non serve soltanto a ricordare, ma anche a imparare come interrompere e riprendere un’attività senza perdere completamente il focus.


L’età biologica racconta di più

Il calendario non è l’unico parametro con cui valutare l’invecchiamento. Brian Kennedy distingue infatti tra età anagrafica ed età biologica: la prima indica gli anni trascorsi, mentre la seconda prova a descrivere il livello di usura raggiunto da tessuti e organi. Il ricercatore lavora, attraverso modelli matematici e algoritmi, a strumenti capaci di stimare questo processo con finalità preventive.

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La sua ricerca si concentra anche su mTOR e sirtuine, molecole coinvolte nei meccanismi cellulari legati all’invecchiamento. Kennedy spiega che mTOR può favorire un’infiammazione persistente, mentre le sirtuine contribuiscono a ridurla e si attivano soprattutto quando l’organismo dispone di meno energia. Da qui nasce l’interesse per la restrizione calorica e per il digiuno intermittente, associato ai processi con cui le cellule eliminano le proprie scorie.


Movimento, sonno e prudenza

Non esiste una scorciatoia unica per rallentare il deterioramento dell’organismo. L’approccio indicato da Kennedy combina alimentazione equilibrata, attività fisica e riposo: l’esercizio dovrebbe comprendere sia lavoro aerobico sia potenziamento muscolare, perché una buona massa muscolare può contribuire a contrastare l’infiammazione cronica.

Anche dormire almeno sette ore ha un ruolo preciso. Un riposo sufficiente aiuta a mantenere sotto controllo la proteina C-reattiva, considerata un indicatore dello stato infiammatorio. A queste abitudini si aggiunge il possibile impiego di integratori mirati, tra cui precursori del NAD+, molecola importante per il funzionamento cellulare, e sostanze capaci di stimolare le sirtuine.

Tra le molecole studiate figurano mirtilli artici, spermidina, fisetina e urolitina. Alcune sono già disponibili come integratori alimentari, mentre altre sono ancora oggetto di ricerca, anche nell’ambito delle attività del comitato scientifico di Nutrilite, marchio di Amway.

La prudenza resta essenziale, soprattutto quando si combinano prodotti diversi. «Molte molecole sono efficaci singolarmente, ma non esistono studi clinici su larga scala che ne testino l’assunzione combinata», avverte Kennedy. L’obiettivo della ricerca è arrivare a sostanze non utilizzate soltanto per correggere una carenza, ma in grado di sostenere funzioni specifiche dell’organismo con prove scientifiche più solide.

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