Le tribù giovanili italiane cambiano nome e linguaggio
Dai capelloni ai maranza, mode, luoghi e parole hanno seguito le trasformazioni della società italiana
I maranza sono oggi una delle principali etichette associate alle nuove aggregazioni giovanili urbane in Italia. Il termine, rilanciato dai social network e dal dibattito pubblico, viene spesso collegato a sicurezza e decoro, ma descrive anche appartenenze, stili e forme di espressione.
GioiaPura
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Il significato di maranza
La parola aveva già iniziato a circolare a Milano negli anni Ottanta come sinonimo di tamarro o coatto. Un’attestazione compare anche nel brano «Il capo della banda» di Jovanotti, pubblicato nel 1988.
Negli ultimi anni il vocabolo è tornato diffuso per indicare sottoculture urbane riconoscibili attraverso abiti griffati, spesso contraffatti, musica trap e modi di parlare considerati grezzi o volgari. L’Accademia della Crusca ha ricondotto a questi elementi il profilo più comune del termine.
Una parte consistente dei giovani che si definiscono maranza è composta da italiani di seconda generazione con origini nordafricane e da ragazzi nordafricani arrivati in Italia. Questo legame ha alimentato anche pregiudizi e rappresentazioni razziste.
Strada, stazioni e social
In molte periferie la scarsità di luoghi gratuiti di aggregazione porta i ragazzi a incontrarsi lungo le strade o nelle stazioni. Il gruppo diventa così uno spazio di riconoscimento e di visibilità, non soltanto un modo per trascorrere il tempo.
TikTok e Instagram amplificano questa dimensione. La pubblicazione di video, abiti e comportamenti collettivi consente di uscire dall’anonimato e di costruire un’identità condivisa attraverso l’esibizione.
Durante alcune manifestazioni milanesi sono comparsi, con intenzione ironica o provocatoria, lo slogan «Siamo tutti maranza» e richiami alla «generazione maranza». L’etichetta, in questo modo, ha finito per allargarsi oltre il gruppo originariamente associato ai giovani di seconda generazione con abiti firmati.
Dalle piazze ai muretti
Le forme di appartenenza giovanile hanno seguito percorsi diversi nel corso dei decenni. I capelloni del boom economico furono tra i primi a rompere l’abbigliamento tradizionale, scegliendo capelli lunghi, jeans consumati e parka usati.
La loro rottura cercava soprattutto un linguaggio nuovo, influenzato dalla musica angloamericana, e non puntava ancora sulla vendita di prodotti firmati. Il gruppo offriva protezione e riconoscimento, mentre l’aspetto esteriore segnava la distanza dai modelli familiari più conformisti.
Negli anni Settanta la strada assunse invece una funzione politica. Loden, sciarpe palestinesi, calzature semplici e parka militari accompagnarono assemblee, occupazioni e cortei legati alla contestazione nata con il Sessantotto.
L’abbigliamento divenne una sorta di uniforme collettiva e il linguaggio si riempì di riferimenti ideologici e marxisti. L’appartenenza al gruppo rimase centrale, ma la piazza passò dal tempo libero alla militanza.
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Griffe, motorini e periferie
Nel decennio successivo i paninari rappresentarono il rovesciamento di quella stagione. A Milano, e poi in altre città italiane, il muretto e i locali di ristorazione veloce sostituirono la piazza politica come luoghi di ritrovo.
Piumini Moncler, felpe Napapijri e scarponcini Timberland rendevano visibile il valore attribuito ai marchi. Il gergo era rapido e ironico, costruito su abbreviazioni e battute, mentre il consumo diventava il principale segno di appartenenza.
Negli anni Novanta truzzi e coatti portarono la scena verso periferie e provincia. Motorini modificati, discoteche di quartiere, tute lucide e scarpe vistose esprimevano una ricerca di riconoscimento distante dai negozi del centro.
Il dialetto e lo slang di strada presero il posto del linguaggio più patinato dei paninari. L’estetica si fece più aggressiva e difensiva, legata a un desiderio di visibilità metropolitana.
Le microcomunità del nuovo millennio
Con gli anni Duemila i gruppi compatti lasciarono spazio a realtà più piccole e aperte. Internet, i locali alternativi e i festival musicali divennero i nuovi punti di incontro per ragazzi indie e hipster.
Mercatini dell’usato, dischi in vinile e barbe curate caratterizzarono una parte di quella scena. Anche le parole cambiarono: ai dialetti locali si aggiunsero termini inglesi legati ai primi blog, ai social network e alla comunicazione digitale.
Le denominazioni, però, non nascono sempre dall’interno dei gruppi. Spesso sono i mezzi di comunicazione, la pubblicità o gli studi sociologici a fissare il nome con cui una generazione viene ricordata.
I capelloni furono definiti così dai rotocalchi scandalistici, che guardavano con sospetto ai capelli lunghi ispirati ai Beatles e ai Rolling Stones. I paninari, invece, furono associati alla Milano dei primi anni Ottanta e al locale «Al Panino» di Piazza Liberty.
Per truzzi e maranza il percorso è passato soprattutto dai quartieri, dal rap, dalla trap e dalla diffusione virale in rete. Un termine nato come insulto o modo di dire può così diventare un’identità rivendicata, oppure un’etichetta applicata dall’esterno.
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