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Germano e Giannetta: «Adozione, un giudizio molto duro»

Il film di Daniele Luchetti racconta una coppia alle prese con attese, burocrazia e domande sulla genitorialità

Elio Germano e Maria Chiara Giannetta sono i protagonisti di Noi, un po’ meglio, il film di Daniele Luchetti presentato alla Festa del Cinema di Roma. Interpretano Simone, vigile del fuoco, e Lucia, infermiera, una coppia che cerca di diventare famiglia attraverso l’adozione.

Nel corso di un’intervista a Vanity Fair, i due attori hanno parlato dei dubbi legati alla maternità e alla paternità, delle verifiche imposte alle coppie adottive e della possibilità di scegliere una vita senza figli.

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La libertà di non avere figli

Per Giannetta, il film affronta un tema ancora poco raccontato: il diritto di non diventare genitori. «Importantissimo. Bisogna farlo perché è la cosa più difficile e resta ancora un po’ non detta», ha affermato l’attrice, spiegando che la storia evita di presentare un solo modello familiare come valido.

Nel racconto trovano spazio la coppia senza figli, una donna che condivide la casa con le amiche e una madre rimasta sola dopo la morte del marito. Secondo Giannetta, proprio questa varietà mostra che una famiglia può assumere forme differenti e che nessuno dei personaggi viene sottoposto a un giudizio morale.

Il ruolo di Lucia ha inoltre permesso all’attrice di spostare su un personaggio alcune domande personali sulla maternità. Germano, invece, ha spiegato di non cercare se stesso nei ruoli: quando una storia lo coinvolge davvero, aspetti della propria sensibilità emergono comunque, senza essere inseriti intenzionalmente.


Le prove per chi adotta

Germano ha definito molto severo il percorso riservato a chi presenta domanda di adozione. «L’adozione può apparire anche come una forma di grande violenza», ha detto, riferendosi alle valutazioni su casa, lavoro e stabilità della coppia.

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L’attore ha riconosciuto che lo Stato debba verificare la capacità degli aspiranti genitori di occuparsi di un bambino, ma ha osservato che affetto e disponibilità non sono qualità facilmente misurabili. Inoltre, gli stessi controlli non riguardano una coppia eterosessuale che ha un figlio biologico.

Il film usa questo percorso anche per mettere sotto pressione il rapporto tra Simone e Lucia. La procedura diventa così il mezzo narrativo attraverso cui la coppia è costretta a confrontarsi con paure, responsabilità e idee diverse sul proprio futuro.


Abbandono e responsabilità collettiva

Parlando del neonato Leone, abbandonato per strada, e delle oltre 400 famiglie in attesa, Germano ha allargato il discorso alla fragilità dei legami sociali. A suo giudizio, molte persone si sentono lasciate sole da una struttura che non riesce più a proteggerle, trasformando la genitorialità in una responsabilità quasi esclusivamente individuale.

L’attore ha ricordato che in passato la crescita dei bambini coinvolgeva maggiormente comunità, paesi e quartieri. Oggi, ha sostenuto, la pressione concentrata sui singoli può alimentare inadeguatezza, timore e paura di perdere la propria libertà.

Giannetta ha infine citato l’esperienza di un’amica, madre di due figli biologici e poi di una bambina adottata. Alla figlia aveva spiegato che, a differenza di chi può arrivare per caso, lei era stata «sicuramente voluta»: un’immagine che per l’attrice riassume il peso e il significato della scelta compiuta da una coppia adottiva.

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