Lagioia: «L’IA mi inquieta per la guerra, non per i romanzi»
Lo scrittore presenta Santa Barbara e riflette su giovani, destre, crisi climatica, intelligenza artificiale, conflitti e fragilità dell’età adulta.
La preoccupazione più forte di Nicola Lagioia per l’intelligenza artificiale non riguarda il futuro degli scrittori, ma l’uso che se ne può fare in guerra. È da questo punto che si può leggere anche Santa Barbara, il romanzo pubblicato a sei anni di distanza da La città dei vivi: una storia ambientata nella provincia rurale pugliese, dove due famiglie cercano di resistere mentre gli adulti mostrano tutta la loro vulnerabilità.
Nel corso dell’intervista, il discorso si allarga alla politica, alla protesta giovanile, alla crisi climatica e alla difficoltà di affrontare un presente che cambia più rapidamente degli strumenti con cui proviamo a comprenderlo. Per Lagioia, ogni libro ambientato nel passato finisce comunque per parlare dell’epoca in cui viene scritto.
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La paura alimenta le destre
Secondo lo scrittore, l’instabilità contemporanea spinge molti cittadini verso forze politiche autoritarie o percepite come tali. Guerre, disuguaglianze, emergenza climatica e trasformazioni tecnologiche producono una paura che diventa terreno fertile per la destra, mentre negli Stati Uniti, a suo giudizio, si stanno verificando fenomeni ancora più gravi rispetto a quelli osservabili in Europa.
Lagioia considera Giorgia Meloni una sorta di nuova prova per un Paese che continua a non trovare la strada del rilancio. Il problema, però, non sarebbe soltanto l’avanzata conservatrice: a suo parere manca soprattutto una sinistra capace di offrire risposte riconoscibili. Dopo il blairismo, sostiene, il riformismo progressista ha assecondato troppo a lungo l’economia liberale e ha sottovalutato l’aumento della distanza tra ricchi e poveri.
La sinistra, aggiunge, ha finito per trascurare la giustizia sociale e non ha compreso in tempo la natura dei grandi protagonisti della tecnologia, da Zuckerberg a Bezos e Thiel. Al tempo stesso, pur continuando a litigare su molti temi, destra e sinistra sembrano non riuscire a fare del cambiamento climatico la questione centrale. Da una parte non arrivano risposte sufficienti, dall’altra arrivano risposte che Lagioia giudica sbagliate.
Giovani senza interlocutori
La protesta degli under 25 è, per lo scrittore, il sintomo di una condizione concreta: le nuove generazioni dispongono di opportunità inferiori rispetto a quelle avute dai genitori e guardano a un avvenire molto incerto. «Ci indigniamo quando rompono le vetrine, ma quello è l’unico momento in cui ci accorgiamo di loro», osserva, sottolineando che le loro richieste restano spesso senza un interlocutore politico.
Lagioia non interpreta quella rabbia come un fenomeno da liquidare. Al contrario, dice di comprenderla e di considerare legittimo che i giovani protestino. Il nodo, per lui, è l’assenza di una rappresentanza capace di raccogliere quella frustrazione e trasformarla in una proposta.
La sua riflessione non si ferma alla politica organizzata. Più che chiedersi quale sarà il risultato delle prossime elezioni, lo scrittore si domanda se l’umanità riuscirà a maturare un cambiamento interiore e spirituale, così da smettere di percepirsi separata dal resto del mondo naturale. Solo una trasformazione di questo tipo, sostiene, potrebbe interrompere la traiettoria autodistruttiva imboccata dalla società.
L’intelligenza artificiale e l’orrore
Sul rapporto tra scrittura e tecnologia, Lagioia ridimensiona il timore che i sistemi di intelligenza artificiale possano sostituire presto gli autori. Per come funzionano oggi, spiega, questi strumenti rielaborano i materiali già presenti nei loro archivi, anche in modo originale e sorprendente, ma non possiedono un’esperienza biografica propria.
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Il vero interrogativo, perciò, non riguarda soltanto la possibilità che un programma scriva un romanzo migliore di quello prodotto da un essere umano. Se un giorno accadesse, osserva, la scrittura smetterebbe di essere una caratteristica distintiva della nostra specie. Proprio l’avanzata dell’intelligenza artificiale potrebbe allora costringerci a capire quali elementi ci rendono davvero umani.
L’uso dei suoi libri per addestrare questi sistemi non è ciò che lo angoscia maggiormente. A preoccuparlo è invece l’impiego dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano nelle operazioni contro la popolazione palestinese, compresa l’applicazione indicata come “Where’s Daddy?”. Lagioia ritiene che il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi sulle persone uccise anche attraverso strumenti tecnologici, più che sulla capacità dell’IA di imitare lo stile di uno scrittore.
La guerra resta il limite estremo
Il conflitto è uno dei nuclei di Santa Barbara e, per Lagioia, rappresenta la forma più terrificante dell’esperienza umana. A colpirlo sono soprattutto le testimonianze di chi vive la guerra come un’occasione di potere assoluto: ha ricordato le interviste pubblicate da Haaretz a psichiatri che seguivano soldati dell’esercito israeliano e raccontavano la sensazione provata da alcuni di loro durante il massacro di famiglie e bambini palestinesi.
Altri reduci, osserva, tornavano incapaci di parlare oppure portavano con sé una sfiducia nell’umanità destinata a durare per tutta la vita. Chi era rimasto a casa, invece, spesso preferiva non ascoltare, perché accettare fino in fondo ciò che gli esseri umani sono capaci di fare può essere insopportabile. Lagioia richiama così la celebre considerazione di Paul Valéry: a combattersi sono giovani che non si conoscono e non si odiano, mandati a uccidersi da vecchi che si conoscono e si odiano.
Anche la frase secondo cui gli adulti falliscono, distruggono ciò che avevano promesso di difendere e provocano nuovi disastri riflette, per l’autore, il momento storico attuale. La generazione adulta ha lasciato guerre, disuguaglianze, crisi ambientale e incertezza tecnologica, pur continuando a chiedere ai giovani di rimediare a ciò che non è riuscita a sistemare. Tuttavia, precisa, il fallimento non coincide ancora con una catastrofe irreversibile.
L’adolescenza come disordine
Nel romanzo nessuno appare davvero preparato alla vita. Lagioia ritiene che nemmeno la combinazione tra l’energia dei vent’anni e la consapevolezza dei cinquanta basterebbe ad affrontare ogni difficoltà, perché ciascuno si trova prima o poi davanti a circostanze inedite, mai sperimentate da nessun altro.
Parlando del dolore, racconta di aver provato a evitarlo, pur sapendo che non sempre è possibile. Tra i diciassette e i diciannove anni, da adolescente, aveva trasformato quella sofferenza in una sorta di rifugio abituale, senza però attraversare una fase depressiva. Descrive quel periodo come un’età dominata da impulsi intensi, entusiasmo e paura: si hanno energie difficili da indirizzare, non si conosce ancora bene la propria identità e gli ormoni rendono tutto più impetuoso.
A suo avviso, oggi negli adolescenti si nota una componente depressiva più evidente rispetto al passato. La sua inquietudine giovanile, invece, non nasceva dalla rabbia: era soprattutto il risultato di forze interiori che non sapeva ancora come incanalare. Il testo dell’intervista si interrompe proprio mentre Lagioia sta spiegando quella fase della propria vita.
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