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Lifestyle 2 min di lettura1 ora fa

La città dei vivi: il dolore che resta quando ogni spiegazione cade

Edoardo Gabbriellini porta sullo schermo una storia di legami spezzati, scegliendo l’intimità e il silenzio invece dello spettacolo della violenza.

A lasciare il segno non è la ricostruzione dell’omicidio di Luca Varani, ma ciò che continua a esistere dopo: i rapporti familiari, gli affetti interrotti e il vuoto di chi resta. In La città dei vivi, Edoardo Gabbriellini firma un dramma intimista con Emanuele Maria Di Stefano, Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei.

Il momento più intenso arriva alla fine, quando i tre genitori e Marta condividono una cena senza riuscire a trovare parole capaci di attenuare la sofferenza. La scena concentra la scelta del film: emozionare senza ricorrere a effetti facili o a una rappresentazione spettacolare del delitto.


Il dolore non cerca spiegazioni

Rispetto al romanzo omonimo di Nicola Lagioia, il film lascia sullo sfondo le polemiche sull’omicidio e l’idea che quel caso fosse il sintomo di un degrado generale. La violenza subita da Luca non viene cancellata, ma resta lontana dal centro del racconto, proprio per evitare che il dramma venga trasformato in un pretesto sensazionalistico.

Gabbriellini preferisce concentrarsi su ciò che precede e segue la tragedia, senza attribuire colpe definitive né affidarsi alle consuete interpretazioni sociologiche. L’assurdità del delitto emerge così dall’assenza di una causa in grado di renderlo comprensibile.

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Una crescita rimasta incompiuta

Il film osserva Luca attraverso il rapporto con i genitori, anche perché il ragazzo era stato adottato, e attraverso la relazione con la sua fidanzata. Accanto a questi legami trovano spazio il rapporto della ragazza con la madre, l’interruzione degli studi e del lavoro, oltre alle amicizie.

Sono frammenti di un percorso personale spezzato prima di compiersi. Proprio la somma di queste esperienze quotidiane rende ancora più insensato ciò che è accaduto: non c’è una spiegazione capace di ricondurre il delitto a un destino già scritto, ma solo una rete di relazioni che il dolore ha lasciato mutilata.

La città dei vivi sceglie dunque un cinema misurato, attento ai silenzi e alle conseguenze emotive. La cena conclusiva, con i personaggi raccolti attorno allo stesso tavolo e incapaci di comunicare, restituisce la forza di uno sguardo adulto: non semplifica il male e non pretende di risolvere il lutto, ma lo lascia parlare attraverso l’assenza delle parole.

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