Comaneci, il vero voto perfetto non è il 10: «Cadi e rialzati
A Trento la campionessa ha ripercorso successi, cadute e fuga dalla Romania, spiegando ai giovani perché lo sport va oltre medaglie e perfezione.
«Se hai passione per la ginnastica, ne vale la pena. Non avrai mai rimpianti per quello che hai fatto e ti renderà più forte»: Jury Chechi ha affidato a queste parole il messaggio finale dell’incontro con Nadia Comaneci. Anche Bart Conner, marito della campionessa e a sua volta olimpionico, ha spostato l’attenzione dai trofei all’impegno quotidiano e alla capacità dello sport di ispirare.
La ginnastica come lingua comune
Comaneci ha raccontato che, nel mondo dello sport, le barriere linguistiche contano poco. Gli atleti possono sfidarsi in gara, ma restano uniti dalla volontà di migliorarsi, dall’errore e dal lavoro necessario per correggerlo. Per lei, fallire non è una sconfitta definitiva: significa capire cosa non ha funzionato e trasformarlo in un’occasione di crescita.
La campionessa ha ricordato anche il rapporto con gli infortuni e con il sacrificio. Per un breve periodo aveva provato ad allontanarsi dalla ginnastica, ma osservare le compagne impegnate in gara le aveva fatto cambiare idea. La vita senza allenamenti, ha spiegato, le sembrava priva di stimoli.
Quel voto che cambiò tutto
A cinquant’anni dai Giochi di Montreal, il pubblico del Festival dello Sport di Trento ha rivisto il filmato dell’esercizio alle parallele asimmetriche che rese celebre Comaneci. Il movimento del suo corpo e la reazione dell’arena hanno riportato tutti al 1976, quando la ginnasta romena aveva appena 14 anni.
Sul palco del Teatro Sociale, Chechi e Comaneci si sono presentati con soprannomi legati alle rispettive imprese: lui è stato definito il “Signore degli anelli”, lei “la leggenda”. A guidare la conversazione è stato proprio il campione azzurro, mentre alla fine l’atleta ha ricevuto il saluto della comunità romena del Trentino-Alto Adige, che ha ricordato le immagini delle Olimpiadi viste da bambini sui televisori in bianco e nero.
Il tabellone non poteva segnare dieci
Comaneci ha spiegato di non aver fissato immediatamente il tabellone dopo l’esercizio. Aveva percepito di aver lavorato bene, ma non immaginava di aver ottenuto un risultato mai registrato prima. Il punteggio era infatti così alto che il sistema elettronico non riusciva a visualizzare il 10,00.
Quella fu soltanto la prima delle sette valutazioni perfette conquistate a Montreal. Il bottino complessivo comprese anche tre medaglie d’oro. La ginnasta ama ricordare pure una curiosa combinazione numerica legata al suo percorso: portava il numero 73, la somma di 7 e 3 dà 10 e il prodotto 21 coincide con il numero di quell’edizione dei Giochi. «Ero brava in matematica», ha ricordato con ironia.
L’unicità vale più della perfezione
Secondo Comaneci, quel risultato non nacque soltanto dalla precisione tecnica. Nell’esercizio c’era qualcosa di personale, un tratto riconoscibile che lei definisce il “tocco di Nadia”: una soluzione originale, eseguita nel rispetto delle regole, capace di distinguersi dalle altre.
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È lo stesso principio che ha trasmesso ai bambini presenti all’incontro. «Vorrei dire ai bambini che fanno sport che non ho sempre preso 10 nella vita. Sono caduta, succede. Quell’esercizio sono solo 16 secondi. Cadi e ti rialzi», ha detto. La campionessa ha ammesso che esistono giornate in cui si desidera abbandonare tutto, ma proprio in quei momenti diventa decisivo riconoscere le proprie qualità e osservare dettagli che gli altri non vedono.
Per lasciare un segno, ha aggiunto, non basta replicare ciò che è già stato fatto. Anche un elemento eseguito dall’altro lato dopo un problema alla caviglia è entrato nella storia della ginnastica con il suo nome.
Dalla palestra alla libertà
L’ingresso di Comaneci nello sport avvenne quando era ancora piccola. La madre la portò in palestra perché aveva molta energia e già all’asilo si divertiva con capriole e ruote. Fu lì che Bela Karolyi e sua moglie notarono le sue capacità.
Per la campionessa, la ginnastica resta una base preziosa per ogni bambino: insegna fatica, disciplina e relazioni con gli altri, lasciando strumenti utili anche nella vita adulta. Non si può sapere in anticipo dove condurrà un allenamento, ma i valori appresi aiutano ad affrontare anche le giornate più difficili.
Il percorso, però, fu segnato anche da periodi dolorosi. Dopo la fuga di Karolyi negli Stati Uniti, avvenuta nel 1980 durante una tournée della squadra, per Nadia divenne molto più complicato viaggiare. Aveva conquistato medaglie anche a Mosca, ma il controllo del regime di Ceausescu si fece più pesante e il suo corpo stava cambiando rapidamente: in due anni crebbe di 17 centimetri.
La tecnica dovette essere adattata, mentre all’epoca ansia e salute mentale non venivano affrontate come oggi. Comaneci ha citato il caso di Simone Biles come esempio di un cambiamento importante: fermarsi quando si sta male e tornare in pedana dopo essersi rimessi in equilibrio.
Nel 1989, a poche settimane dalla caduta del muro di Berlino, Comaneci decise infine di lasciare la Romania. Attraversò l’Ungheria, rimase bloccata per un periodo e raggiunse gli Stati Uniti passando dall’Austria. La famiglia fu convocata dalla polizia e, dieci giorni più tardi, arrivò la rivoluzione. Lei ha chiarito di non sapere allora cosa sarebbe successo: aveva scelto ascoltando se stessa, consapevole dei rischi e dell’incertezza.
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