Kimi Antonelli, la famiglia racconta il campione del mondo
I genitori ripercorrono l’infanzia a Casalecchio, il lavoro nel team di famiglia e la passione nata davanti al simulatore
Kimi Antonelli è diventato campione del mondo di Formula Uno.
GioiaPura
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Il lavoro prima del talento
Per i genitori, il successo è arrivato dopo anni di impegno e senza scorciatoie. Marco e Veronica Antonelli vorrebbero che il figlio fosse ricordato soprattutto come «un bravo ragazzo, volenteroso, rispettoso», consapevole che ogni risultato richiede dedizione.
Il padre non aveva previsto un titolo iridato, anche se aveva riconosciuto presto le capacità del figlio. A dieci anni Kimi riusciva già a gestire la vettura con una precisione fuori dal comune; la Mercedes, che lo sostenne fin da giovanissimo, gli offrì un’opportunità che lui seppe sfruttare.
Auto, paghetta e vestiti
Le automobili restano la principale passione di Antonelli, mentre il denaro non sembra interessarlo particolarmente. La madre gli assegna ogni mese una somma stabilita in anticipo, così da aiutarlo a gestire le spese e a divertirsi senza perdere di vista il limite fissato.
Nella scelta dell’abbigliamento, invece, Veronica continua a dargli una mano. Il figlio avrebbe poca attenzione per gli abbinamenti e, secondo la madre, potrebbe presentarsi a un matrimonio con pantaloncini e tuta; per questo gli chiede anche una fotografia prima che esca di casa.
La famiglia dietro al pilota
Veronica ha lavorato alle Poste prima di entrare nel team di famiglia insieme a Marco. Dopo il turno preparava i pasti per la squadra e, quando Kimi era piccolo, lo accompagnava nel paddock anche durante le ore di lavoro. Racconta di essere stata criticata perché lo spingeva nel passeggino per farlo dormire accanto alle vetture accese.
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La famiglia proviene da ambienti modesti e conosce il peso dei sacrifici. Marco, oggi 62enne, aveva gareggiato come pilota e per partecipare a una competizione BMW Italia a Pergusa aveva chiesto un prestito per pagare il viaggio, il casco e l’attrezzatura.
Dal simulatore alle gare
Il primo segnale arrivò nel 2009, quando Marco portò a casa un simulatore utilizzato al Motor Show di Bologna. Kimi aveva tre anni: sedeva sulle ginocchia del padre, guidava e cambiava le marce mentre Marco azionava acceleratore e freno. Il bambino, racconta il genitore, lo svegliava con qualche gomitata quando si assopiva.
Nel laboratorio del nonno, tra gli strumenti e i mezzi dell’officina, il futuro pilota trascorse parte della sua infanzia. Marco lo cullava persino sulla gru impiegata per sostituire i motori, ma chiarisce che avrebbe sostenuto il figlio anche se avesse scelto uno sport diverso dalle corse.
A Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, Antonelli è cresciuto, ha frequentato la scuola e mantenuto le amicizie. La comunità lo ha celebrato in teatro dopo il titolo, mentre fino a pochi anni fa era facile incontrarlo in città, anche al bowling, quando già correva in Formula Uno.
Kimi ha attribuito ai genitori una parte decisiva del proprio percorso: «Senza la mia famiglia non sarei qui». In casa c’è anche Maggie, la sorella più giovane di nove anni, descritta dal padre come capace di ottenere da lui ciò che vuole.
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