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Lifestyle 5 min di lettura2 ott

Jocelyn Bell Burnell: «La speranza è scegliere per cosa lottare

Dalla scoperta delle pulsar al fondo per sostenere le giovani scienziate, l’astrofisica ripercorre ostacoli, premi mancati e futuro della ricerca

«La speranza non consiste nel pensare che tutto finirà bene, ma nel riconoscere ciò per cui vale la pena impegnarsi». Jocelyn Bell Burnell continua a vedere la vita in questi termini, senza pretendere di poter affrontare ogni problema del mondo. Per lei, la direzione conta più della certezza del risultato.

L’astrofisica britannica, oggi attiva a Oxford, guarda con curiosità anche alle prossime svolte della ricerca. Nuovi telescopi e satelliti potrebbero portare osservazioni inattese, soprattutto nello studio dei fenomeni che cambiano rapidamente e producono improvvisi picchi di emissione.


Il futuro resta pieno di sorprese

Bell Burnell segue con attenzione l’evoluzione dell’intelligenza artificiale applicata alla scienza, ma ammette di non riuscire ancora a immaginare quale equilibrio si creerà tra macchine e ricercatori. L’idea di un cambiamento così profondo, osserva, può suscitare anche una certa inquietudine.

A suo giudizio, però, la ricerca non dovrebbe eliminare del tutto l’imprevisto umano. Ricorda che, durante il lavoro sull’astronomia a raggi X, le cadde un grosso pacco di schede perforate. Nel rimetterle in sequenza scoprì che una potenza indicata come 10¹³ era in realtà 10³¹: un errore enorme, che probabilmente sarebbe rimasto nascosto se quelle schede non fossero finite a terra.

Anche il dissenso, secondo lei, ha un ruolo. A chi teme gli effetti della tecnologia deve essere consentito di esprimersi, perché idee inizialmente giudicate assurde possono rivelarsi corrette con il tempo. «Spero che continueremo ad ascoltare chi dice cose che ci mettono a disagio», afferma.


La scienza deve includere più donne

Il suo interesse per il rapporto tra conoscenza e sensibilità umana passa anche dalla poesia astronomica, che raccoglie da anni. Durante gli incontri in cui unisce versi e cosmologia nota una presenza femminile più numerosa rispetto alle conferenze dedicate soltanto all’astronomia: un possibile modo per avvicinare alla scienza chi la percepisce come distante o intimidatoria.

La questione dell’accesso femminile alla ricerca le è familiare fin dall’adolescenza. Nella scuola frequentata in Irlanda del Nord, le materie scientifiche erano riservate ai ragazzi, mentre alle ragazze veniva insegnata economia domestica. Lei e altre due studentesse, sostenute dalle famiglie, contestarono quella regola e ottennero di poter seguire le lezioni di fisica.

L’insegnante, che non aveva mai avuto una classe mista, le sistemò davanti alla cattedra perché temeva che potessero creare difficoltà. Bell Burnell, invece, si appassionò subito alla materia e risultò la migliore del gruppo. La chimica le sembrava accessibile, mentre le attività di biologia basate sul disegno e sulla classificazione dei fiori non riuscirono a conquistarla.


Il premio mancato trasformato in opportunità

La sua esperienza a Cambridge fu segnata da un forte senso di estraneità. Le donne erano circa il 5 per cento degli studenti e la giovane ricercatrice si convinse inizialmente che l’università avesse commesso un errore ammettendola. Decise allora di lavorare con il massimo impegno, così da non avere rimpianti qualora fosse stata allontanata.

Quella determinazione la portò a individuare un segnale anomalo mentre studiava i dati radio provenienti dal cielo. All’inizio poteva sembrare un difetto degli strumenti; la comparsa di impulsi regolari provenienti da più zone, però, rese sempre meno plausibile l’ipotesi dell’errore.

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Il fenomeno era prodotto da una pulsar, una stella di neutroni nata dall’esplosione di una supernova e capace di emettere radiazioni a intervalli regolari. Nel 1974 il Nobel per la fisica premiò il suo supervisore e un altro autore della ricerca, mentre Bell Burnell, seconda firma dello studio, rimase fuori dall’elenco dei vincitori.

Lei non considera quella esclusione soltanto come un’ingiustizia personale. Poiché il Nobel poteva essere assegnato al massimo a due persone, riteneva difficile che il suo nome venisse incluso; comprese inoltre che quel riconoscimento avrebbe aperto la strada ad altri premi per l’astronomia. «Se non vinci il Nobel, puoi ottenere tutti gli altri premi esistenti», osserva con ironia.


Dal riconoscimento ai finanziamenti

Nel 2018 le fu assegnato lo Special Breakthrough Prize, del valore di 3 milioni di dollari. Bell Burnell destinò quella somma alla creazione di un fondo per aiutare le donne impegnate nei percorsi scientifici.

Il programma ha sostenuto almeno tre dozzine di giovani ricercatrici durante il dottorato in fisica. Alcune stanno ora completando gli studi e iniziando la carriera professionale: un risultato che l’astrofisica considera particolarmente significativo, anche se il numero delle beneficiarie resta limitato.

Nel Regno Unito, aggiunge, la situazione per le donne nella fisica è migliorata grazie a una maggiore consapevolezza del valore della diversità. Il settore continua tuttavia a essere in larga parte maschile. A livello internazionale, secondo i dati diffusi dall’Onu in febbraio, le donne rappresentano soltanto il 35 per cento dei laureati nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche.


Dallo stupore al segnale decisivo

L’interesse per il cielo nacque durante l’infanzia, trascorsa in Irlanda del Nord sotto cieli spesso coperti. Il padre cercava di mostrarle le stelle e, quando le nuvole impedivano l’osservazione, le metteva a disposizione libri: fu così che iniziò il suo legame con la fisica.

Nel 1967, mentre era dottoranda a Cambridge, Bell Burnell notò un impulso radio insolito. Il primo segnale sembrava quasi artificiale, proprio perché era regolare; la successiva individuazione di un secondo impulso, con una frequenza differente, rese più solida l’interpretazione del fenomeno e portò alla scoperta delle pulsar.

L’accoglienza dei mezzi d’informazione fu tutt’altro che rispettosa. I giornalisti le rivolgevano domande sulla vita sentimentale e sull’aspetto fisico invece di concentrarsi sul significato della scoperta. «Vedevano le giovani donne come oggetti sessuali, senza cervello», ricorda parlando di quegli anni.

A distanza di decenni, Bell Burnell preferisce concentrare l’attenzione su ciò che quella vicenda ha prodotto. La sua ricerca ha cambiato la conoscenza delle stelle di neutroni, mentre il premio ricevuto molto più tardi le ha permesso di trasformare un riconoscimento personale in un sostegno concreto per altre donne nella scienza.

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